Mentre si avvicina la prossima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (COP30), in programma a Belém (Brasile) dal 10 al 27 novembre 2025, l’ONU ha già acceso i riflettori su uno dei nodi cruciali dell’agenda: la finanza climatica.
Si tratta dell’insieme di risorse economiche — pubbliche e private — destinate a combattere il cambiamento climatico e ad aiutare i Paesi più vulnerabili ad adattarsi ai suoi effetti più devastanti: innalzamento dei mari, eventi estremi, siccità, perdita di biodiversità.
Il problema? I fondi promessi non stanno arrivando. E, come denuncia l’Adaptation Gap Report 2025 – Running on Empty, siamo di fronte a un grave ritardo. Nonostante gli impegni presi negli ultimi anni, manca la liquidità necessaria per affrontare l’emergenza climatica con la rapidità e l’equità richieste.
Dove sono finiti i soldi promessi per il clima?
Secondo l’Accordo di Glasgow, le risorse per l’adattamento nei Paesi più poveri avrebbero dovuto raddoppiare. Ma oggi, la maggior parte dei fondi destinati a questi Paesi arriva sotto forma di prestiti a condizioni di mercato — un paradosso che finisce per aggravare il loro debito, anziché aiutarli.
In teoria, la finanza climatica dovrebbe essere alimentata da governi, banche multilaterali, fondi pubblici, investitori istituzionali e fondi ESG. In pratica, il sistema si muove lentamente, e spesso in modo inefficace. È evidente che serve un cambio di passo, e anche di mentalità: non si tratta solo di quantità, ma di qualità degli investimenti.
In questo contesto, la finanza privata può giocare un ruolo decisivo, con la sua capacità di agire più rapidamente rispetto ai tempi della burocrazia pubblica.
Il richiamo al pragmatismo di Nino Tronchetti Provera

Tra le voci che in questi giorni hanno rilanciato il tema della finanza verde con un taglio pragmatico, c’è quella di Nino Tronchetti Provera, fondatore di Ambienta, uno dei maggiori fondi europei focalizzati sull’ambiente.
Secondo Tronchetti Provera, il problema non è solo la scarsità di risorse, ma anche come vengono usate. In una recente nota stampa ha affermato:
«A vent’anni dall’avvio degli investimenti in sostenibilità, il panorama è profondamente cambiato. I concetti di cleantech ed ESG, nati come principi generali per gestire meglio un’azienda, si sono arricchiti nel tempo di nuove dimensioni: impact, purpose e altri approcci che via via si sono aggiunti.»
«Progressivamente, gli investitori di tutto il mondo hanno iniziato ad allocare una quota sempre più importante dei propri capitali in ambiti legati alla sostenibilità. L’ordine di grandezza è impressionante: circa 400 mila miliardi di dollari investiti negli ultimi vent’anni.»
«Dove sono stati investiti questi capitali? L’80% è andato in settori non “green”: education, healthcare, wellness, gender diversity. Temi fondamentali, ma non direttamente connessi all’ambiente.»
«Solo il 20% ha riguardato il “green” in senso stretto. Di questo 20%, tolte le rinnovabili, la quasi totalità è stato investito per cercare di sviluppare nuove soluzioni, che nel settore ambientale non sono digitali quanto invece industriali. Un tipo di innovazione che ha tempi lunghi e incerti e alti costi. Due caratteristiche che contrastano moltissimo con lo schema di un fondo finanziario chiuso.»
«E infatti nessuno al mondo ha performato. Noi siamo stati i soli a concentrarsi sulle soluzioni esistenti, e ve ne sono moltissime, ottenendo ritorni eccellenti e miglioramenti ambientali concreti.»
Il messaggio è chiaro: non servono solo nuove idee, ma il coraggio di puntare su soluzioni che esistono già — tecnologie, pratiche industriali e modelli di business capaci di ridurre inquinamento, sprechi e consumo di risorse naturali.
Ambienta ha fatto di questo principio la propria strategia. Fondata nel 2007, oggi gestisce oltre 4 miliardi di euro e ha investito in più di 130 imprese in tutta Europa, attive nei settori dell’efficienza delle risorse e del controllo dell’inquinamento.
Tra queste, ci sono anche progetti legati alla riforestazione e alla conservazione forestale (come i REDD+ in Brasile e in Kenya), che oltre a contribuire alla riduzione della CO₂, aiutano a proteggere ecosistemi e comunità vulnerabili. È un approccio che incrocia mitigazione climatica e adattamento, due leve fondamentali per ridurre i rischi nei Paesi più esposti.
Ambienta è anche B Corp certificata e aderisce a iniziative internazionali come l’IIGCC, impegnata a mobilitare capitali verso una transizione a basse emissioni.
Sostenibilità e rendimento: si può
I risultati economici ottenuti dal fondo sono significativi: nel solo 2025, Ambienta ha restituito circa 800 milioni di euro agli investitori, con rendimenti superiori al 20% annuo su due terzi delle società in portafoglio.
In un momento in cui la credibilità della finanza sostenibile viene spesso messa in discussione, questa esperienza dimostra che l’impatto ambientale non è in contrasto con la redditività, anzi: può esserne un motore.
Oltre la filantropia: un sistema che funziona
La crisi climatica è ormai una questione che riguarda non solo l’ambiente, ma anche l’equilibrio sociale, democratico e geopolitico. E le soluzioni non possono basarsi solo su fondi pubblici, aiuti o dichiarazioni d’intenti.
Servono risposte strutturali e un sistema finanziario in grado di mobilitare risorse private in modo efficace e profittevole, superando l’idea che l’azione per il clima sia solo un costo o un gesto filantropico.
Come ha ricordato il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, nel presentare l’Adaptation Gap Report 2025:
“Gli impatti climatici stanno accelerando. Eppure, i finanziamenti per l’adattamento non tengono il passo, lasciando i più vulnerabili esposti a mari in aumento, tempeste mortali e ondate di calore. L’adattamento non è un costo, ma una linea di vita.”
La posta in gioco è altissima. Ma le soluzioni — come ricorda Tronchetti Provera — esistono. Sta a noi decidere se e come metterle in moto.








