Tempo di vendemmia: come bere vino sostenibile

Come ogni prodotto, anche il vino ha un impatto ambientale spesso trascurato, che però può essere ridotto attraverso alcune scelte. Sempre più appassionati vogliono farlo. Lo dimostra il crescente interesse per i vini sostenibili, che cercano di bilanciare la passione per il nettare divino con la responsabilità nei confronti del Pianeta.

Il vino ha una storia lunga e ricca che abbraccia culture e tradizioni in tutto il mondo. Ma mentre questa bevanda può essere una fonte di piacere – se consumata con grande moderazione –, il suo impatto sull’ambiente non può essere ignorato. Ecco perché esistono iniziative come VIVA, il programma del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica che dal 2011 promuove la sostenibilità del comparto vitivinicolo italiano, e tendenze nel mondo enologico che spingono per ridurre l’impatto ambientale del settore. Basti pensare che la produzione di vino nel suo complesso è responsabile di circa il 2% del contributo agricolo all’inquinamento atmosferico e necessita, per essere prodotto, di quantità d’acqua che possono arrivare fino a 20 litri per ogni litro di vino prodotto. E considerando che l’Italia è tra i maggiori produttori al mondo, con oltre 47 milioni di ettolitri prodotti ogni anno, queste cifre e le modalità per ridurne gli effetti sull’ambiente meritano una certa attenzione.

Prosecco: bollicine problematiche

Il Programma VIVA, nello specifico, è finalizzato a creare un modello produttivo che rispetti l’ambiente e valorizzi il territorio, per tutelare la qualità dei vini italiani e offrire opportunità sul mercato internazionale. Ma non è facile trovare l’equilibrio tra necessità del mercato, promozione dei capisaldi dell’italianità nel mondo, e la difesa del prodotto autentico. Basti pensare al caso del celeberrimo Prosecco: originario del nord-est italiano – non a caso vicino Trieste c’è un’omonima frazione di Prosecco-Prosek – ha poi trovato spazi più ampi, e più adatti alla domanda costantemente in crescita (tra il 2003 e il 2019 addirittura del 129%) sulle colline del Veneto. Qui, la produzione massiccia ha plasmato il territorio tanto da portare alla proclamazione delle colline di Conegliano e Valdobbiadene a Patrimonio Unesco, ma non mancano gli effetti negativi che le coltivazioni intensive comportano, come l’erosione e l’impoverimento dei terreni – si stima che per ogni bottiglia di Prosecco si perdano 3 kg di suolo – e necessitando di fertilizzanti chimici e pesticidi che danneggiano la qualità dell’aria; tanto che proprio l’area di coltivazione nel trevigiano è tra le zone d’Italia in cui si impiega la maggiore quantità di pesticidi per ettaro, con un equivalente di un metro cubo di pesticidi per abitante all’anno, con conseguente preoccupazione per la salute degli abitanti della zona, a partire proprio dai vignaioli.

Proprio i pesticidi sono nel mirino dell’ondata di appassionati di vini naturali e di quelli biologici, una tendenza che da qualche anno sta vivendo una decisa fortuna in tutta Europa, Italia compresa; nel nostro Paese la crescita è stata addirittura del 110% negli ultimi dieci anni e non sembra destinata a rallentare.

Viticoltura eroica

Il rispetto e il legame con il territorio sono un fondamento della sostenibilità del settore vitivinicolo e passano innanzitutto per la scelta delle specie autoctone, che sono più in sintonia con le tipicità climatiche e con la composizione del suolo di una certa zona e per questo necessitano di meno interventi, soprattutto in termini di sostanze chimiche usate nella coltivazione, oltre a determinare vini meno standardizzati, con più personalità. È il caso, ad esempio, di quella che viene definita viticoltura eroica, espressione con cui ci si riferisce a una tipologia di coltivazione della vite che avviene in condizioni estreme rispetto allo standard per alcuni parametri tra cui: pendenze degli appezzamenti superiori al 30%; altitudine oltre i 500 metri sul livello del mare, coltivazione su gradoni o terrazze o su piccole isole. Di conseguenza, si tratta di piccole estensioni (e, quindi, di piccole produzioni) di vigneti autoctoni e che, grazie al rispetto delle peculiarità locali, richiedono solitamente minore uso di sostanze.

La rinnovata fortuna dei vini naturali

Non a caso, i vini eroici sono spesso affiancati nell’interesse di pubblico ed esperti dai vini biologici e naturali, anch’essi oggi in fase di grande fortuna e riscoperta. I vini naturali sono il risultato di un processo di produzione che minimizza l’interferenza umana e, quindi, preserva il più possibile la naturalezza del prodotto; questo, infatti, è realizzato a partire da fermentazione spontanea del mosto, senza uso di coadiuvanti e additivi chimici e con interventi tecnologici ridotti al minimo. I vini che ne nascono, quindi, sono una rappresentazione autentica delle uve e del territorio da cui provengono: quello che in enologia si chiama il terroir. Non esistono al momento certificazioni ufficiali sul vino naturale, e quindi non c’è un consenso unanime sulla definizione di cosa lo sia e cosa no, ma alcune caratteristiche possono essere individuate, anche grazie all’attiva comunità di vignaioli naturali e associazioni di settore: la coltivazione deve riguardare vitigni tradizionali dell’area di produzione e avvenire senza sostanze che non siano ammesse in agricoltura biologica; la vendemmia è condotta manualmente e in cantina non sono usate tecniche invasive; quando, poi, si tratta di vini frizzanti o spumanti, la rifermentazione deve usare solo zuccheri endogeni e non aggiunti.

I vini naturali sono essenzialmente anche biologici – anche se spesso non hanno la certificazione ufficiale, anche per ragioni di costi – e anzi, si spingono, per così dire, anche più in là, mentre i biologici possono, per legge, utilizzare piccole quantità di alcune sostanze, purché entro i limiti stabiliti dai regolamenti. Ad ogni modo, si tratta di due tipologie che riguardano una produzione gestita in modo responsabile così da minimizzare l’impatto sulla terra, sull’acqua e sulla biodiversità, al netto di quello che inevitabilmente ogni prodotto e ogni attività comporta e che può, quasi sempre, essere ridotto ampiamente.

Bere responsabile, in tutti i sensi

Partendo dal presupposto che bisogna limitare il più possibile il consumo di alcolici per motivi di salute, se si vuole comunque bere bisogna farlo necessariamente con una certa attenzione; innanzitutto, ovviamente, in termini di quantità, ma anche di qualità. Tanto più che bere meno può permettere anche di spendere, se necessario, un po’ di più per una bottiglia, vale la pena sceglierla con cura, non solo per scoprire armoni non scontati, ma anche perché il proprio bicchiere abbia un ridotto impatto sull’ambiente. Ad esempio, si possono scegliere i piccoli produttori, cercando di informarsi sulle pratiche agricole che impiegano, dall’uso di energie rinnovabili al trattamento di rifiuti – che spesso possono essere riutilizzati in un’ottica di economia circolare –, dalla scelta dei vitigni all’uso di sostanze chimiche in vigna, fino alle modalità scelte per la distribuzione e il trasporto dei prodotti.

Il vino sostenibile può rappresentare una risposta alle crescenti preoccupazioni ambientali e all’interesse per prodotti naturali e autentici. Con il continuo impegno dei produttori e dei consumatori, il mondo del vino può contribuire a preservare il nostro pianeta, un sorso alla volta. Bisogna poi ricordare che la crisi climatica minaccia anche il nostro bicchiere di vino, tra eventi atmosferici estremi e climi che cambiano minando i vitigni tipicamente italiani che sono un vanto della nostra tavola. Un buon motivo in più per impegnarsi contro la crisi climatica e per cercare di bere responsabilmente, in tutti i sensi.

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