“Ogni dattero è una vittoria”, ci aveva raccontato Hala qualche mese fa. Lavora nella comunicazione internazionale di Al-Reef in Palestina e quella frase era nata ricordando un traguardo preciso: l’arrivo dei primi datteri palestinesi sul mercato svizzero, dopo un lungo lavoro per aprire nuove relazioni commerciali.
Oggi, nel pieno della raccolta nella Valle del Giordano, quelle parole ci aiutano a capire il senso e la necessità della campagna per la raccolta fondi “Datteri dalla Palestina: Energia per resistere”, promossa da Fondazione Altromercato nell’ambito del progetto Building Hope for Palestine, in collaborazione con Altromercato. E questa campagna ci aiuta a comprendere che la parola ‘sostenibilità’ rappresenta situazioni davvero molto differenti.
Prima che un dattero raggiunga uno scaffale, c’è un’intera filiera che deve riuscire a funzionare, è qui che la parola sostenibilità assume un significato più ampio. Non riguarda soltanto come si coltiva o quanta energia rinnovabile si utilizza. Riguarda la possibilità di continuare a produrre, conservare il raccolto, raggiungere il mercato e trasformare mesi di lavoro in reddito che aiuta una comunità a vivere e andare avanti tra difficoltà enormi. La sostenibilità è garanzia di sopravvivenza e futuro.
La sostenibilità continua dopo la raccolta
Intorno a Gerico settembre è uno dei momenti cruciali dell’anno. I datteri vanno raccolti al momento giusto, poi selezionati, trattati, refrigerati e conservati. Un buon raccolto, senza strutture adeguate per il post-raccolta, rischia infatti di perdere rapidamente valore.
È su questo passaggio che interviene la campagna “Datteri dalla Palestina: Energia per resistere”, che ha l’obiettivo di sostenere PARC – Palestinian Agricultural Relief Committee e Al-Reef nel completamento della Moon Valley Date Factory di Gerico, il centro dove i datteri vengono lavorati dopo la raccolta. Il progetto prevede una nuova area collettiva per il trattamento termico e la refrigerazione e un impianto fotovoltaico destinato a rafforzarne l’autonomia energetica.
Qui il solare è una tecnologia al servizio della filiera: può contribuire a ridurre i costi energetici e a rendere più accessibili ai piccoli produttori servizi indispensabili per conservare e preparare il raccolto alla vendita.
Quando produrre significa anche poter restare
Fare agricoltura nella Valle del Giordano significa però confrontarsi con un quadro politico e sociale che rende fragile ogni passaggio.
Le restrizioni all’accesso a terra, acqua e mezzi di produzione si sommano agli effetti del cambiamento climatico. Secondo la FAO, nell’area di Gerico le temperature sono aumentate sensibilmente rispetto alle medie storiche e la crescente evaporazione sta aggravando la scarsità idrica. La stessa organizzazione sottolinea che l’agricoltura della Valle del Giordano rimane centrale per occupazione, esportazioni e sicurezza alimentare palestinese, nonostante i forti limiti di accesso alle risorse.
A questa pressione si aggiungono quella sulla mobilità e la crescente insicurezza nelle aree rurali.
L’ultimo aggiornamento OCHA parla, per la Cisgiordania, di restrizioni agli spostamenti, demolizioni e violenze dei coloni che continuano a incidere sull’accesso ai servizi e sui mezzi di sussistenza. Tra gennaio e agosto sono stati documentati oltre 1.600 attacchi di coloni israeliani con vittime palestinesi o danni alle proprietà, distribuiti in 275 comunità; alcuni hanno interessato direttamente terreni agricoli, infrastrutture idriche e attività produttive.
È dentro questo scenario che la sostenibilità assume un significato meno astratto. Significa poter raggiungere i campi, avere acqua sufficiente, portare il raccolto in uno stabilimento, disporre dell’energia necessaria per conservarlo. E, infine, riuscire a venderlo. Hala ce lo aveva raccontato anche nella quotidianità: la necessità di partire molto presto per raggiungere i villaggi e cercare di evitare di rimanere bloccati ai checkpoint.
Un prodotto, in queste condizioni, è davvero sostenibile solo se riesce a esserlo anche la comunità economica che gli sta intorno.


Da Mantova, una rete che attraversa l’Italia
La campagna è stata presentata il 12 settembre a Mantova, negli ultimi giorni della trentesima edizione di Festivaletteratura, appena conclusa.
Per il lancio è stato scelto il reading “Le storie giuste resistono”, organizzato nell’Emporio Altromercato di via Jacopo Daino: testimonianze, poesie, canzoni, ricette e brevi letture per raccontare la Palestina attraverso più voci.
Tra i partecipanti Paola Caridi, Luca Misculin, Veronica Fernandes, Dutch Nazari e Kento, insieme a rappresentanti del mondo Altromercato, del biologico e del commercio equo.
Da Mantova la mobilitazione si è allargata al resto d’Italia: 80 organizzazioni e circa 220 località hanno aderito alla campagna attraverso botteghe, incontri, banchetti, cene, letture e raccolte fondi.
Una filiera da mantenere viva
La sostenibilità del dattero, in Palestina, non si misura soltanto nei kilowattora prodotti dal sole o nelle emissioni evitate.
Si misura nella possibilità che un raccolto non vada perduto, che possa essere conservato bene, raggiungere un mercato e generare reddito.
È in questo senso che la Moon Valley Date Factory è qualcosa di più di uno stabilimento. È uno dei passaggi che possono permettere a una filiera agricola di continuare a esistere e ai piccoli produttori di conservare una maggiore autonomia economica.
La raccolta fondi promossa da Fondazione Altromercato punta a 120.000 euro, destinati al completamento delle strutture per il trattamento post-raccolta e al rafforzamento energetico del centro. Chi vuole approfondire il progetto o contribuire può farlo attraverso la pagina dedicata della Fondazione Altromercato.
Dietro un dattero che arriva fino a noi, allora, non c’è soltanto un prodotto agricolo.
Ci sono acqua, energia, lavoro, infrastrutture, accesso al mercato. E la possibilità che una comunità continui a costruire il proprio futuro attraverso ciò che sa fare e coltiva da generazioni.








