Citizens’ Energy Package: cosa cambia per le comunità energetiche in Italia

Un nuovo pacchetto normativo della Commissione europea punta a rendere le comunità energetiche protagoniste della svolta. E per l'Italia, che ha già costruito molto, potrebbe essere una grande opportunità

Lo scorso 10 marzo 2026, la Commissione europea ha pubblicato il Citizens’ Energy Package (CEP), un documento atteso da tempo che segna, almeno nelle intenzioni, un cambio di passo nella politica energetica dell’Unione. Non si parla più solo di megawatt installati o di obiettivi climatici al 2030: si parla di persone, di famiglie, di comunità di quartiere. Di chi paga la bolletta ogni mese e fatica ad arrivare a fine mese.

Il CEP nasce all’interno del più ampio Clean Industrial Deal e del Piano d’azione per l’energia accessibile, ma ha una specificità precisa: rimettere i privati cittadini, e non le grandi utility, non i mercati finanziari, al centro della transizione verso le rinnovabili.

Un problema che non si può più ignorare

I numeri che accompagnano il lancio del Pacchetto sono difficili da leggere senza un certo disagio. Nel 2024 quasi 42 milioni di europei, il 9,2% della popolazione dell’UE, non hanno potuto riscaldare adeguatamente la propria abitazione in inverno. Circa 31 milioni erano in ritardo con i pagamenti delle bollette. I prezzi al dettaglio dell’energia elettrica per le famiglie dell’UE sono ancora superiori del 36% rispetto alla media del periodo 2014-2020, quelli del gas addirittura del 68%.

A questo si aggiunge un paradosso tutto europeo: le rinnovabili costano sempre meno da produrre, eppure i benefici di questa riduzione non arrivano in modo diretto ai consumatori finali. Tasse e oneri di rete pesano in media il 25% del prezzo dell’energia elettrica per le famiglie, e una parte di questi oneri non ha nemmeno un collegamento diretto con l’energia (in Italia, Grecia e Portogallo, ad esempio, il canone radiotelevisivo pubblico è aggiunto in bolletta).

Le comunità energetiche, da nicchia a protagoniste

È qui che il Citizens’ Energy Package introduce una svolta concettuale importante. Le comunità energetiche, reti di cittadini, piccole imprese, agricoltori, scuole dell’infanzia e amministrazioni locali che producono, condividono e gestiscono energia rinnovabile, non vengono più presentate come un fenomeno di nicchia. Vengono riconosciute come partner strategici della transizione.

Il documento ufficiale lo dice con numeri precisi. Oggi in Europa esistono oltre 8.000 comunità dell’energia, ma il potenziale inutilizzato è enorme. L’obiettivo che la Commissione si dà è di decuplicare la capacità rinnovabile installata dalle comunità entro il 2030, creando le condizioni perché tra 25 e 30 milioni di famiglie producano la propria energia rinnovabile.

I benefici economici per chi aderisce sono concreti: ogni famiglia che produce e consuma la propria energia solare può risparmiare tra 260 e 550 euro l’anno. Per le comunità che usano un mix di energia eolica e solare, i risparmi possono arrivare tra 440 e 930 euro annui. Non sono proiezioni ottimistiche su scala decennale: sono stime applicabili già oggi, nei territori dove le condizioni normative lo permettono.

E non è solo una questione di risparmio individuale. Le comunità che producono energia per il proprio consumo o la condividono con i vicini contribuiscono a ridurre l’uso delle reti locali, evitando investimenti in infrastrutture aggiuntive che poi tutti pagano in bolletta. È un beneficio sistemico, non solo personale.

Cosa prevede concretamente il Pacchetto per le CER

Il CEP si articola in quattro pilastri (ridurre le bollette, proteggere i consumatori, combattere la povertà energetica, garantire l’attuazione della normativa), ma è il Pilastro II, quello sulla responsabilizzazione dei consumatori, a contenere le misure più rilevanti per chi lavora con le comunità energetiche.

L’Azione 5 è quella centrale: la Commissione si impegna a pubblicare un piano d’azione specifico per le comunità dell’energia, con orientamenti destinati agli Stati membri su come sbloccare il potenziale di autoconsumo e condivisione, rimuovere gli ostacoli esistenti e garantire che le CER possano condividere l’energia senza sottostare a oneri di fornitura eccessivi, vendere l’eccedenza alla rete e sfruttare il proprio potenziale di flessibilità. Gli obblighi amministrativi, si legge, “devono essere minimi”.

Il Pacchetto prevede inoltre un regolamento di esecuzione sull’interoperabilità dei dati (previsto per il 2027) per rendere la condivisione dell’energia automatizzata e di facile fruizione, e una serie di guide pratiche dettagliate rivolte a famiglie, PMI, agricoltori e autorità pubbliche su come avviare e gestire una comunità energetica.

Sul fronte delle tariffe di rete, uno dei nodi più critici per chi ha provato ad avviare una CER in Italia, la Commissione ha già pubblicato orientamenti per incentivare la produzione e il consumo locali, prevedendo premi a ricompensa della flessibilità per le comunità che contribuiscono a ridurre i costi di rete complessivi. Non ancora un obbligo normativo, ma un segnale di direzione chiaro.

La flessibilità come strumento di risparmio

Il Pacchetto introduce anche il tema della flessibilità dei contratti al dettaglio, che riguarda direttamente le CER dotate di sistemi di accumulo o di gestione intelligente dei consumi. Spostare la domanda di riscaldamento nelle fasce orarie in cui l’energia elettrica costa meno può produrre risparmi in bolletta anche del 40%. A scala di sistema, la diffusione della flessibilità potrebbe generare risparmi stimati in 2,7 miliardi di euro entro il 2030.

Per rendere tutto questo possibile servono contatori intelligenti diffusi e la rimozione degli ostacoli che oggi limitano i fornitori di servizi di flessibilità, cioè le imprese che compensano i clienti disposti a spostare i propri consumi dalle ore di punta.

Povertà energetica e comunità: un legame strutturale

Il CEP riconosce esplicitamente che le comunità dell’energia non sono solo uno strumento di risparmio per chi se lo può permettere. Sono anche uno strumento di lotta alla povertà energetica, a condizione che siano accompagnate da misure di sostegno mirate per le famiglie vulnerabili.

Il documento prevede che la prossima raccomandazione aggiornata sulla povertà energetica illustri in modo specifico “in che modo la condivisione e le comunità dell’energia possono effettivamente attenuare la povertà energetica”. Non è un’affermazione di principio: è un impegno a produrre strumenti concreti.

Su questo fronte, vale la pena richiamare un dato spesso trascurato nel dibattito italiano: le donne sono statisticamente più esposte alla povertà energetica rispetto agli uomini, a causa di redditi mediamente più bassi e di una presenza sproporzionata nelle famiglie monoparentali. Progettare comunità energetiche senza tenere conto di questa asimmetria significa costruire soluzioni che sulla carta sono universali ma nella pratica escludono chi è già ai margini.

Il nodo irrisolto: attuazione disomogenea

Il CEP riconosce onestamente uno dei problemi strutturali della politica energetica europea: le norme ci sono già, ma l’attuazione è disomogenea. Il pacchetto “Energia pulita per tutti gli europei” del 2019 imponeva agli Stati membri di creare quadri normativi favorevoli alle comunità energetiche entro la metà del 2021. Molti non lo hanno fatto.

Il nuovo Pacchetto punta a colmare questo gap con orientamenti, buone pratiche, assistenza tecnica e un rafforzamento del ruolo degli enti locali, spesso i soggetti che meglio conoscono i bisogni dei cittadini vulnerabili ma che, scrive la Commissione, “non dispongono dei poteri e dei mezzi” per agire efficacemente.

E l’Italia?

Se c’è un Paese in Europa per cui il Citizens’ Energy Package non è una questione astratta di politica comunitaria, è l’Italia. Non solo perché ha strumenti normativi avanzati e un tessuto di esperienze già attive dal Sud al Nord, con 2,2 miliardi di euro del PNRR destinati alle CER nei piccoli comuni. Ma perché è strutturalmente il paese più esposto ai contraccolpi di un sistema energetico ancora troppo dipendente dall’estero.

I numeri sono eloquenti: l’Italia importa circa il 74,8% dell’energia totale che consuma, una quota ben al di sopra della media europea. Il gas naturale copre ancora il 37% del mix energetico nazionale ed è la principale fonte usata anche per produrre elettricità. Nonostante la drastica riduzione della dipendenza dal gas russo, scesa dal 39% del 2021 all’1% del 2025, un risultato significativo ottenuto grazie a un intenso lavoro di diversificazione, il sistema resta esposto: il GNL importato dipende per il 75% da soli due paesi, Stati Uniti e Qatar, con quest’ultimo che pesa sull’approvvigionamento italiano in misura superiore alla media europea.

Non è una vulnerabilità teorica. A inizio marzo 2026, a seguito delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, il prezzo del gas all’ingrosso è schizzato di oltre il 60% rispetto al valore medio di febbraio, superando i 50 euro per megawattora. È la fotografia plastica di un sistema che, per quanto diversificato rispetto al passato, resta ostaggio di eventi geopolitici lontani migliaia di chilometri.

La fattura energetica italiana, cioè quanto il paese paga complessivamente per importare energia dall’estero, ha toccato il picco di 114 miliardi di euro nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Da allora è scesa, ma il miglioramento dipende in larga misura da fattori congiunturali: prezzi internazionali più bassi, minori consumi industriali (spesso per effetto della contrazione produttiva, non dell’efficienza), un euro più forte sul dollaro. Non da una riduzione strutturale della dipendenza.

Ecco perché per l’Italia le comunità energetiche non sono solo uno strumento per abbassare le bollette o per combattere la povertà energetica, obiettivi già di per sé importanti. Sono una risposta strutturale alla fragilità del sistema: ogni kilowattora prodotto e consumato localmente è un kilowattora sottratto alla dipendenza dai mercati globali del gas, dalle rotte marittime del GNL, dalle instabilità geopolitiche del Golfo Persico o del Caucaso.

Restano ostacoli concreti: la complessità burocratica per costituire una CER, i tempi di attesa per la connessione alla rete di distribuzione, la difficoltà per le comunità più fragili di accedere agli incentivi senza supporto tecnico esterno. Sono esattamente i nodi che il CEP chiede agli Stati membri di sciogliere.

Il Citizens’ Energy Package non è una bacchetta magica. È uno strumento, ambizioso nelle premesse, ancora da riempire di contenuti specifici. Ma è uno strumento che fissa obiettivi misurabili, indica scadenze precise e riconosce che la transizione energetica non può essere gestita solo dall’alto verso il basso. Per l’Italia, che più di altri paesi europei paga il prezzo della dipendenza energetica, trasformare velocemente questo riconoscimento in qualcosa di concreto non è un’opzione, è una necessità.

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