Diritti degli animali e sostenibilità, un legame (etico) indissolubile

Direttrice per l’Italia di Humane Society International che si occupa di diritti degli animali e co-fondatrice di Vegan Meetup Trieste, Martina Pluda ha le idee chiare: l’abbiamo incontrata per parlarne

Quello dei diritti degli animali è un argomento spinoso, che nella nostra società – in cui prodotti alimentari e materiali tessili di origine animale occupano ancora una posizione estremamente rilevante – non viene ancora trattato in modo adeguato, e chi lo fa può essere oggetto di pregiudizi e alzate di sopracciglia. Tra coloro che non si fanno abbattere, ma che, anzi, portano avanti con ancora più convinzione il messaggio di una società che sia sostenibile da tutti i punti di vista, compreso quello del rispetto e dell’empatia, è Martina Pluda.

Triestina, laureata in giurisprudenza a Salisburgo e passata da un’esperienza di quattro anni presso la no-profit animalista Four Paws nella sede di Vienna, nel 2020 ha avuto l’opportunità di assumere la direzione della divisione italiana di Humane Society International (HSI) ed è tornata nella sua città d’origine. L’abbiamo incontrata in un caffè del centro di Trieste, davanti a una fetta di torta di mele (vegana, ovviamente), per farci raccontare il suo lavoro.

Che cos’è Humane Society e in cosa consiste il tuo ruolo nell’organizzazione?

Martina: «Humane Society International è un’organizzazione internazionale che si occupa degli animali, sia quelli considerati da compagnia che quelli considerati da reddito. Io sono entrata a far parte di Humane Society nel 2020, ma il mio percorso di avvicinamento è iniziato durante l’università, che ho frequentato a Salisburgo: lì ho iniziato a interessarmi alle tematiche ambientali».

Approfondendo la branca del diritto ambientale, Martina si è però resa conto ben presto che nel mondo accademico c’era un grande vuoto sui diritti degli animali, che pure della natura e dell’ambiente fanno parte. Notando che la piccola branca della giurisprudenza che si occupa di tutelare gli animali lo fa sulla base di una distinzione arbitraria, cioè quella che comunemente facciamo tra specie d’affezione e specie da reddito. Pluda si è allora iscritta a uno degli unici due Master esistenti al mondo all’epoca sul tema del diritto animale: è volata in Spagna per frequentarlo, prima di tornare in Austria, a Vienna, per lavorare presso Four Paws, una ong per la quale è diventata responsabile delle campagne.

«Avevo capito che lavorare in uno studio legale non mi interessava – prosegue Martina – e che il mio futuro sarebbe stato in una ong, con cui fare lobby e advocacy per ottenere un miglioramento delle leggi a favore degli animali. In Four Paws ho trovato il mio mondo e ho scoperto quanto è soddisfacente lavorare circondata da persone che condividono i miei valori. Sono rimasta con loro quattro anni, poi ho iniziato a ricercare un ruolo di maggiore responsabilità e, quando ho saputo che Humane Society International voleva aprire un ufficio in Italia, ho colto l’occasione».

E così, dopo 12 anni all’estero, è tornata a casa nel ruolo di direttrice per il ramo italiano di HSI, fondata negli Stati Uniti e oggi leader nella protezione degli animali; per l’Europa, l’ufficio di riferimento è a Bruxelles, a cui fanno capo tutti i distaccamenti nazionali, in una struttura in grado di convogliare l’azione verso i vertici dell’Unione Europea, che svolge un ruolo fondamentale: da un lato perché detta gli indirizzi legislativi dei Paesi membri, e dall’altro perché ha un enorme peso internazionale, che fa valere ad esempio attraverso i trattati commerciali. Le sue decisioni, anche in tema ambientale o di diritti animali, quindi, possono davvero fare la differenza.

Come è andata? Tornando in Italia dopo tanto tempo, che differenze hai notato?

Martina: «È stato molto bello tornare a casa e ancor più facendo quello che amo, proprio a Trieste, la mia città, cosa che probabilmente non sarebbe stata possibile fino a qualche anno fa, mentre oggi collaboro con colleghi sparsi tra Firenze, Milano e Roma. Sicuramente l’Austria è molto avanzata su certi temi, ambientali e animali, rispetto a molti altri Paesi, c’è una maggiore sensibilità pubblica e un attivismo molto vivace. E poi è tutto più strutturato e questo rende più facile entrare in contatto con le istituzioni – di tutto lo spettro politico – perché sono tenuti a farlo. L’Italia è un Paese molto complesso, con problematiche anche molto diverse tra nord e sud, e in cui il comparto agroalimentare è centrale, guai a toccare i prodotti agroalimentari della tradizione, anche se dietro ci sono allevamenti intensivi che inquinano e in cui gli animali soffrono».

Quali sono le campagne più importanti di cui vi state occupando al momento?

Martina: «I temi centrali oggi sono gli allevamenti di animali da pelliccia, un tema su cui lavoriamo per il divieto totale, e quello dei trofei di caccia, che purtroppo possono essere importati in Italia. E poi, non ultimo, ci impegniamo per il divieto di gabbie negli allevamenti. Si tratta di campagne lunghe, che devono per forza seguire i tempi – e gli ostacoli – della politica. C’è poi tutta una grande attività collaterale di sensibilizzazione della popolazione, anche se l’obiettivo è poi quello di far cambiare le leggi».

Quali sono i risultati più importanti che avete raggiunto dal 2020 a oggi?

Martina: «Siamo molto orgogliosi di aver ottenuto, a fine 2021, il divieto di allevamento di animali da pelliccia in Italia, dopo decenni di campagne fatte da altre organizzazioni, di cui non vogliamo prenderci il merito, ma siamo felici di essere riusciti a dare la spinta finale, anche attraverso uno studio economico che ha messo in luce quanto poche persone nel nostro Paese erano impiegate nel settore: è stato chiaro che con un indennizzo da parte dello Stato sarebbe stato facile chiudere gli allevamenti. Con questo studio ci siamo rivolti a una controparte politica che ha portato avanti la proposta in Parlamento ed è arrivato il successo. Anche sul tema dei trofei di caccia abbiamo raggiunto un risultato, che festeggiamo perché fino ad ora il tema non era mai arrivato fino al Parlamento; la strada, comunque, è ancora lunga perché il cambio di governo che nel frattempo c’è stato ha mutato gli equilibri politici e non tutte le parti hanno la stessa sensibilità sui diritti animali».

Stai notando un cambiamento nell’attenzione delle istituzioni e della cittadinanza su questi temi?

Martina: «Sì, decisamente, la sensibilità sta cambiando. Credo soprattutto che il movimento ambientalista di oggi, guidato dai giovani, stia facendo molto e ci stia dando una grossa mano a mostrare alle persone il collegamento tra il rispetto e la protezione dell’ambiente in senso lato e quello per gli animali. Quando le persone si interrogano sull’impatto ambientale dell’alimentazione, ad esempio, è anche più probabile che passino poi a interrogarsi su temi più ampi e collegati alla crisi climatica, come il nostro rapporto con il mondo animale. Vedo che c’è attenzione, vedo quante persone si interessano alle nostre attività e vedo l’attenzione da parte dei media».

Martina Pluda durante una manifestazione a Roma contro i trofei di caccia

Pluda è anche co-fondatrice di Vegan Meetup Trieste, una rete di supporto e promozione per chi segue uno stile di vita vegano o chi vi si sta avvicinando, tramite momenti di socialità come picnic e cene, ma anche segnalazioni di locali che offrono proposte vegane nel loro menu e divulgazione su questo mondo ancora inesplorato per molti.

Come è nato Vegan Meetup?

Martina: «È nato quando sono tornata da Vienna, che per i vegani è un paradiso, e qui non trovavo opzioni valide, mi sentivo un po’ persa; sono entata in contatto con Athina [Athina Krokos, ndr], anche lei vegana e anche lei rientrata da poco a Trieste: un giorno siamo andate a un evento che si occupava di adozioni di cani e siamo rimaste colpite che al buffet venisse servito il prosciutto, ci è sembrata una mancanza di coerenza. Ci siamo dette che, invece di aspettare che le cose cambiassero, avremmo dovuto fare qualcosa noi: e così abbiamo fondato Vegan Meetup, quasi per esigenza personale».

Hai mai dovuto scontrarti con l’ostilità che c’è spesso nelle reazioni verso temi scomodi come la difesa degli animali?

Martina: «Diciamo che ho sperimentato una varietà di reazioni: c’è chi non capisce cosa faccio nella vita, chi pensa che non sia un vero lavoro, perché il lavoro per gli animali è visto come un lavoro di cura diretta e basta, come quello in canile, che è fondamentale ma è solo un tassello; l’idea che un professionista formato lavori, facendo lobby in favore degli animali stupisce, è difficile da comprendere. C’è poi si esprime in modo ostile contro il veganesimo e mi accusa di essere radicale, estremista, mentre io ritengo solo di essere allineata con i miei valori. E i commenti non mi scalfiscono, perché credo fermamente in quello che faccio».

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