Carbon removal, Microsoft e la corsa al carbonio negativo

Microsoft è il maggiore acquirente mondiale di crediti per la rimozione del carbonio. Ma questa corsa al CDR è davvero una soluzione climatica o un alibi verde?

In Brasile, agricoltori stanno spargendo sui loro campi una polvere grigia ricavata da rocce silicatiche triturate. In Louisiana, un impianto sta per trasformare biomassa in bio-metanolo, intrappolando sottoterra il carbonio che avrebbe potuto finire in atmosfera. In Svezia, una centrale brucia materiale organico e inietta la CO₂ prodotta sotto il fondale del Mare del Nord. Tre luoghi distanti, un unico committente: Microsoft.

L’azienda di Redmond, di cui avevamo già avuto modo di parlare, non si accontenta di ridurre le proprie emissioni. Vuole cancellarle, e poi andare oltre. Entro il 2030, l’obiettivo dichiarato è diventare “carbon negative”: togliere dall’atmosfera più carbonio di quanto ne produca. Per farlo, Microsoft è diventata il maggiore acquirente mondiale di crediti CDR, ovvero di rimozione certificata di CO₂ (fonte: Allied Offsets).

Accordi da record

Gli accordi che sta siglando hanno una scala difficile da immaginare. Con Stockholm Exergi ha raggiunto un impegno totale di 5,08 milioni di tonnellate di CO₂ rimossa, il più grande contratto annuale del settore. Con C2X in Louisiana ha firmato per 3,6 milioni di tonnellate nell’arco di dodici anni. Con Liferaft, un accordo da un milione di tonnellate per scalare il mercato del biochar, un materiale ottenuto bruciando scarti agricoli in assenza di ossigeno, capace di trattenere il carbonio nel suolo per secoli. Con Varaha in India un accordo per rimuovere 2 milioni di tonnellate di carbonio in 15 anni, in Uganda un progetto con Rubicon Carbon per la rimozione di altre 2 milioni di tonnellate. La campagna acquisti di Microsoft sembra non avere tregua.

Non solo carbonio, Microsoft compra anche tecnologia

La strategia di Microsoft non mira solo alla neutralità, come dicevamo, ma all’ambizioso traguardo di diventare “carbon negative” entro il 2030, eliminare le emissioni storiche entro il 2050, sostenere tecnologie ancora sperimentali e posizionarsi in un mercato, quello dei crediti e delle tecnologie climatiche, emergenti. Per raggiungere questo scopo, l’azienda sta costruendo un portafoglio diversificato che spazia dalle soluzioni basate sulla natura a quelle ingegneristiche più avanzate, prioritizzando tecnologie capaci di operare su scala significativa nei prossimi anni. Dietro c’è anche una logica di sviluppo tecnologico. L’accordo con Terradot in Brasile, per esempio, riguarda solo 12.000 tonnellate, una quantità modesta rispetto agli altri, ma serve principalmente a finanziare il monitoraggio scientifico dell'”enhanced rock weathering”: quella polvere di roccia sparsa sui campi accelera un processo che in natura richiederebbe centinaia di anni, ma misurarne con precisione gli effetti è ancora una sfida aperta. Microsoft, in questo caso, non compra solo carbonio ma il coinvolgimento in uno sviluppo tecnologico.

Microsoft non è sola in questa corsa. Google ha siglato un accordo per rimuovere 200.000 tonnellate di CO₂ entro il 2030 trasformando rifiuti urbani in biochar. Barclays ha fatto il suo primo investimento significativo nella rimozione del carbonio, usando la stessa tecnica del rock weathering in Canada. Il settore delle Big Tech è sicuramente il più impegnato: oltre a Microsoft e Google, spiccano Meta, Nvidia, Lenovo. Il settore tecnologgico ha acquistato finora circa 50 milioni di crediti CDR, una cifra significativamente superiore ai 16 milioni del settore energetico.

Il rischio del “permesso a inquinare”

Eppure, su tutto questo entusiasmo pesa una domanda scomoda. Se le aziende possono “comprare” la rimozione futura del carbonio, hanno davvero un incentivo a smettere di emetterlo oggi? Alcuni ricercatori e attivisti vedono nel CDR un meccanismo che rischia di trasformarsi in un permesso a inquinare: la promessa di una tecnologia non ancora dimostrata su scala globale, usata per giustificare emissioni reali e immediate. I costi, inoltre, restano alti, si stima che rimuovere una tonnellata di CO₂ nel 2050 costerà tra 230 e 540 dollari, e nessuno sa con certezza se queste tecnologie potranno mai operare alla scala necessaria.

Quello che Microsoft e gli altri stanno costruendo, però, è qualcosa di più di un portafoglio di crediti climatici. Stanno creando un mercato, segnalando ai produttori di tecnologie di rimozione che la domanda esiste e crescerà. È la stessa logica che ha reso economicamente sostenibile l’energia solare: i grandi acquirenti che si impegnano a lungo termine abbassano i costi e rendono fattibile ciò che prima era fantascienza. La scommessa è che questa volta funzioni di nuovo e che il tempo non sia già finito.

(In copertina immagine Microsoft)

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