L’Italia brilla tra i Top 50 Farmers 2026: sette visionari che stanno cambiando il modo di coltivare

Dalla Toscana al Salento, dalla Brianza alle colline cilentane: i nostri agricoltori pionieri conquistano il riconoscimento europeo più ambito per chi produce cibo lasciando la terra migliore di come l'ha trovata

C’è un dato che racconta meglio di ogni altro la crisi silenziosa dell’agricoltura europea: il 60% degli agricoltori del continente ha più di 55 anni, e solo il 12% ha meno di 40 (fonte: Commissione Europea). Significa che il ricambio generazionale è a rischio, e con lui la possibilità di cambiare davvero il modo in cui produciamo il cibo.
È in questo contesto che il Top 50 Farmers ha senso. Non come premio alla carriera o al fatturato, ma come risposta concreta a una domanda urgente: come si costruisce un sistema in cui fare agricoltura rigenerativa valga davvero la pena, economicamente, socialmente, culturalmente?
E nel 2026, l’Italia è il paese che risponde con più forza: sette realtà italiane nella selezione europea, eguagliando Spagna e Regno Unito come nazione più rappresentata. Un segnale che non riguarda solo chi coltiva, riguarda un po’ tutti noi.

Non una classifica. Un collettivo.

Il Top 50 Farmers nasce nel 2022 da Foodprint Nordic, un’organizzazione no-profit danese, con un’idea precisa: dare visibilità agli agricoltori rigenerativi europei nello stesso modo in cui la cultura pop celebra chef stellati, atleti e artisti. Se cambia la percezione, cambiano le risorse e quindi il futuro.
Ma il progetto è ben più di un riconoscimento. I 50 selezionati, di età compresa tra i 25 e i 70 anni, ogni anno entrano in un programma annuale che include incontri tra pari, accesso a investitori e filiere, presenza sui palcoscenici europei del food, del clima e dell’innovazione. Un vero acceleratore.
“Non stiamo costruendo una lista. Stiamo costruendo un movimento.” — dice la filosofia di Top 50 Farmers.
La selezione 2026 conta agricoltori da 21 paesi diversi, con fattorie che vanno da 0,7 a 2.000 ettari, età tra i 28 e i 60 anni, percorsi di vita radicalmente diversi: chi è tornato alla terra di famiglia, chi ha lasciato una carriera in informatica, chi ha trasformato un castello in una fattoria rigenerativa. Cammini diversi, paesaggi diversi, scopo condiviso.
Il finanziamento arriva da fondazioni europee impegnate nel lungo periodo — DOEN Foundation, AVINA Foundation, The Nest Foundation — che credono che investire nella visibilità degli agricoltori sia un atto climatico prima che culturale.

Chi paga chi rigenera?

Riconoscere il lavoro degli agricoltori rigenerativi è necessario. Ma non sufficiente. La vera sfida è trasformare quel lavoro in valore economico concreto, perché cambiare pratiche agricole consolidate richiede tempo, risorse e, spesso, una fase iniziale in cui la produttività può calare.
È qui che entra in gioco il carbon farming: la possibilità di misurare quanta CO₂ viene assorbita o evitata grazie a pratiche rigenerative, dalla riduzione dell’aratura alla semina di cover crops, e trasformarla in crediti di carbonio vendibili sul mercato. Un doppio flusso di valore: riduzione delle emissioni lungo la filiera alimentare + certificazione per i mercati volontari.
Ne abbiamo parlato a fondo in un articolo dedicato: al recente European Carbon Farming Summit di Padova è emerso con chiarezza che questo mercato è in rapida crescita — con una domanda che supera già l’offerta di circa dieci volte — ma che i piccoli agricoltori, quelli che compongono la spina dorsale del tessuto produttivo mediterraneo, rischiano di restarne esclusi per mancanza di strumenti e infrastrutture. → Leggi il nostro approfondimento sul carbon farming
Tra il 90 e il 95% delle emissioni delle grandi aziende food & beverage è legato alle materie prime agricole. Il problema, e l’opportunità, passa dai campi.
I sette italiani del Top 50 Farmers 2026 non sono estranei a questa dimensione. Anzi: qualcuno di loro pratica già il carbon farming, in generale il loro lavoro è esattamente il tipo di agricoltura che il mercato del carbonio e le filiere agroalimentari stanno cercando, pratiche verificabili, suoli in salute, biodiversità misurabile.

I sette italiani del Top 50 Farmers 2026

Da Nord a Sud, sette storie che mostrano quanto sia varia e ricca la scena dell’agricoltura rigenerativa italiana.

Screenshot
  1. Fattoria La Vialla — Arezzo, Toscana
    È una delle aziende biologiche italiane più conosciute in Europa. I fratelli Lo Franco gestiscono oltre 1.600 ettari con un modello di filiera completamente chiusa: dall’ulivo alla bottiglia, dal campo al consumatore, senza intermediari. Certificata Demeter (il massimo del biodinamico), pratica compostaggio di massa, recupero delle acque e ha raggiunto un’impronta carbonica negativa. La Vialla dimostra che la rigenerazione può funzionare anche su scala industriale.
  2. Theriaké — Salento, Puglia
    Chiara Orlandini ha scelto il nome Theriaké — antidoto in greco antico — per la sua azienda salentina dedicata a erbe officinali, piante aromatiche e grani antichi. Il suo approccio è quasi filosofico: la biodiversità selvatica tra i campi non è un’impurità ma uno strumento di qualità. Un suolo ricco di funghi e microrganismi produce piante con una maggiore concentrazione di principi attivi. Chiara non è una contadina di formazione — è arrivata alla terra attraverso un percorso personale di guarigione, e da lì ha costruito un progetto professionale straordinario.
  3. Cascina Bagaggera — Parco di Montevecchia, Brianza
    Marta Galimberti ha recuperato una cascina della Valfredda trasformandola in un ecosistema agricolo a tutto tondo: capre, maiali allevati all’aperto, caseificio, forno a lievito madre, agriturismo e agrinido su 25 ettari tra pascoli, cereali e bosco. Il pascolo turnato e la permacultura guidano il lavoro quotidiano: gli animali non sono un impatto ambientale, ma uno strumento di rigenerazione. In collaborazione con l’Associazione Corimbo, la cascina accoglie giovani con disabilità in percorsi di formazione — l’inclusione sociale è parte del modello produttivo, non un’appendice.
  4. Tenuta San Carlo — Maremma, Toscana
    Ariane guida la quarta generazione di questa tenuta maremmana, integrando pratiche rigenerative nella produzione di cereali e nell’allevamento. Un esempio di come la continuità familiare e l’innovazione possano convivere, e di come un patrimonio agricolo storico possa essere reinterpretato in chiave rigenerativa.
  5. Azienda Agricola Parrino — Camporeale, Sicilia
    Parte della cooperativa Valdibella, l’Azienda Parrino lavora nel Palermitano con una doppia attenzione: alla biodiversità varietale delle colture siciliane e ai diritti dei lavoratori agricoli. Un modello che integra giustizia sociale e rigenerazione ambientale — due dimensioni che troppo spesso vengono separate.
  6. Iside Farm — Lombardia
    Su soli sette ettari, Matteo Mazzola ha costruito un ecosistema rurale che ha ispirato la nascita di RAMI — Rete Agroecologica Microfarm Italia, oggi con oltre 300 piccoli agricoltori associati. Iside Farm dimostra che la scala non è un limite: anche una microfarm può essere un nodo di un movimento più grande, un laboratorio da cui si diffonde conoscenza e si costruisce comunità.
  7. Federico Chierico — Piemonte
    Federico Chierico porta l’Italia delle Alpi e delle colline piemontesi nella selezione europea, completando una delegazione che attraversa il paese da Nord a Sud. La sua presenza nel collettivo 2026 rappresenta la varietà di paesaggi e tradizioni che rende l’agricoltura italiana così difficile da replicare altrove — e così preziosa.

Un’Italia da guardare con altri occhi

Sette storie diverse per territorio, dimensione, coltura, percorso di vita. Eppure accumunate da una scelta: fare agricoltura come atto di cura, non di sfruttamento.
La presenza italiana così forte nel Top 50 Farmers 2026 non è un caso, e non è solo un motivo di orgoglio. È un segnale che il modello agricolo italiano, frammentato, diverso, radicato nei territori, ha tutti gli strumenti per rispondere alle sfide climatiche ed economiche del nostro tempo. Manca ancora, spesso, l’infrastruttura per valorizzarlo: i dati, i mercati, le connessioni con le filiere. È esattamente il lavoro che il carbon farming e i mercati del carbonio stanno cercando di costruire.
Il collettivo Top 50 Farmers fa un passo in questa direzione: portando i contadini sul palco, al tavolo delle decisioni, al centro di una narrativa che finalmente li riconosce come quello che sono: attori chiave della transizione climatica ed economica europea.
La prossima volta che acquistate un olio toscano, un formaggio di capra brianzolo o un’erba officinale salentina, ricordate che dietro c’è qualcuno che sta lavorando per lasciare la terra migliore di come l’ha trovata. E che sempre più spesso, c’è anche un sistema europeo che impara a riconoscerne il valore.

PIù POPOLARI

Outdoor Education, cosa significa e perché oggi è così importante

“Dimmelo e lo dimenticherò, insegnamelo e forse lo ricorderò. Coinvolgimi e lo imparerò “ Benjamin Franklin La chiusura di scuole, biblioteche, giardini e di ogni...
Società Benefit

Società Benefit: cosa sono, vantaggi, come diventarlo

Le Società Benefit (SB) sono una forma giuridica d’impresa che integra nel proprio oggetto sociale, oltre agli obiettivi di profitto, anche precise finalità di beneficio comune. Le...
Riccardo Pozzoli

Riccardo Pozzoli, soldi e successo non sono abbastanza

'Onlife Fashion. 10 regole per un mondo senza regole' è il suo ultimo libro, scritto insieme a Giuseppe Stigliani e niente meno che Philip...
bilancio di sostenibilità

Cos’è il Bilancio di sostenibilità, in poche parole

Cos'è il Bilancio di sostenibilità Se ne sente parlare sempre di più: il bilancio di sostenibilità (o bilancio/report non finanziario o DNF) è il documento attraverso...
b corp

B Corp, cosa sono e cosa significa

Cosa sono le B Corp? B Corp indica di fatto una certificazione che viene rilasciata dall’ organizzazione no profit statunitense che l’ha appunto ‘creata’ e si chiama...