Lo European Carbon Farming Summit, mentre scriviamo ancora in corso a Padova, restituisce l’immagine di un settore che sta crescendo rapidamente, diventa più maturo, ma ancora non ha trovato una forma stabile, nemmeno per finaziarsi. Il carbon farming – l’agricoltura del carbonio – è sempre più al centro delle strategie climatiche europee, spinto anche da nuove regole che impongono alle aziende dell’agro-alimentare di dimostrare, con dati concreti, la riduzione delle emissioni lungo tutta la filiera agricola.
Il punto, però, è proprio questo: quei dati spesso non esistono, o non sono abbastanza solidi per essere utilizzati. E quando esistono, non sono facilmente accessibili.
Accanto al tema della credibilità, emerge con forza anche quello dell’inclusione. Gran parte dell’agricoltura europea — soprattutto nel Mediterraneo — è fatta di piccole aziende che oggi restano ai margini di questi meccanismi. Senza strumenti, senza supporto e senza accesso ai mercati del carbonio, il rischio è che la transizione resti incompleta.
È qui che il carbon farming mostra il suo punto critico: il suolo agricolo è potenzialmente uno dei più grandi “serbatoi” di carbonio, quindi ha un valore climatico enorme, ma bisogna farlo funzionare su larga scala per trasformarlo in valore economico. La transizione ha un periodo di rodaggio, cambiare pratiche agricole consolidate — ridurre l’aratura, seminare cover crops, gestire diversamente i pascoli — richiede tempo prima che i risultati siano visibili. Nel frattempo, la produttività può calare. Servono soldi per coprire quel rischio, e questi soldi possono arrivare dai crediti di carbonio.
La risposta infrastrutturale: il ruolo di Radica
È proprio su questo snodo che si inserisce Radica, evoluzione di Alberami, startup e società benefit di cui avevamo parlato qui nata come uno dei primi progetti italiani di carbon farming, che al Summit si presenta non più come progetto sperimentale ma come infrastruttura pensata per colmare un vuoto evidente nel sistema.
Il problema che Radica prova a risolvere è concreto: come trasformare il lavoro quotidiano degli agricoltori in dati affidabili, utilizzabili dalle filiere agroalimentari e riconosciuti dai mercati del carbonio, quindi anche remunerativi e capaci di sostenere economicamente la transizione verde.
La risposta è una piattaforma che mette insieme diversi livelli: raccolta dati nei campi, tecnologie di osservazione (anche satellitare), modelli scientifici e sistemi di verifica. In questo modo, pratiche agricole spesso invisibili diventano misurabili e, soprattutto, verificabili.
Come sottolinea il CEO Francesco Musardo:“Per decarbonizzare davvero l’agricoltura servono dati agricoli certificati, generati direttamente nei campi.”
Ma l’aspetto forse più rilevante non è solo tecnologico. È strutturale.
Dati e accesso: includere i piccoli agricoltori
Uno dei limiti più evidenti emersi al Summit riguarda l’accesso. Il carbon farming è ancora difficile da praticare per i piccoli agricoltori, che però rappresentano la maggioranza del tessuto produttivo in molte aree europee.
Radica costruisce il proprio modello su questo punto: invece di lavorare con singole aziende isolate, aggrega più realtà agricole, permettendo anche a chi ha dimensioni ridotte di partecipare. La digitalizzazione semplifica la raccolta dei dati e abbassa le barriere tecniche; ma è la piattaforma nel suo complesso a fare il lavoro, collegando i campi alle richieste sempre più stringenti delle filiere e dei mercati del carbonio.
Il Mediterraneo è il banco di prova più significativo. Colture legnose come ulivi, vigneti e frutteti hanno un elevato potenziale di assorbimento, ma sono inserite in un contesto frammentato. Alto potenziale, difficoltà operative: se il modello funziona qui, può essere replicato altrove.

“Il Mediterraneo non ha un problema di potenziale agronomico, ma di infrastruttura” spiega Musardo. “Radica nasce per costruirla: digitalizziamo le aziende agricole, trasformiamo i dati ambientali in valore economico e rendiamo possibile ciò che finora non lo era — collegare il lavoro degli agricoltori ai mercati globali del carbonio.”
Il punto di fondo è che il carbon farming non è solo una questione ambientale, è necessariamente una questione economica. Da una stessa superficie si possono generare due flussi di valore — la riduzione delle emissioni lungo la filiera, che le aziende food & beverage chiedono con urgenza crescente, e crediti di carbonio certificati per il mercato volontario. Nel settore alimentare, tra il 90 e il 95% delle emissioni delle grandi aziende è legato alle materie prime agricole: il problema sta a monte, nei campi.
Ricordiamo che l’Unione Europea ha inserito il carbon farming tra le priorità del Green Deal europeo e della strategia Farm to Fork. L’obiettivo è raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, e il settore agricolo ha un ruolo fondamentale da giocare.
Pertanto, il mercato europeo dei crediti agricoli potrebbe raggiungere i 2,3 miliardi di euro entro il 2030, e già oggi la domanda supera l’offerta di circa dieci volte. La sfida è creare nuovi progetti che reggano su larga scala e che funzionino coinvolgendo tutto il tessuto agricolo, anche chi ha pochi ettari.








