Fabbricare Società: perchè ci servono le società benefit

Si è tenuta a Trieste e Udine la seconda edizione del Forum Fabbricare Società, dedicato ai buoni esempi e agli spunti di riflessione per le società benefit, il modello aziendale del futuro.

Fabbricare Società, il primo forum nazionale dedicato alle Società Benefit del Friuli Venezia Giulia, ha concluso la sua seconda edizione, svoltasi il 24 ottobre a Trieste e il giorno successivo a Udine. Ideato e voluto dall’Assessorato regionale al Lavoro, Formazione, Istruzione, Ricerca, Università e Famiglia tramite l’Agenzia Lavoro &SviluppoImpresa assieme ad Animaimpresa – impegnata nella promozione e diffusione della Responsabilità Sociale d’Impresa e dello Sviluppo Sostenibile – e al Salone della CSR, il principale evento in Italia dedicato alla sostenibilità sociale, il Forum ha dato voce a diverse società benefit del territorio regionale e a studiosi ed esperti del tema che hanno portato dati e spunti di riflessione sull’impatto delle società benefit sulla società.

Un modello per il futuro

Il modello societario benefit è arrivato ufficialmente in Italia solo nel 2016, ma, come rimarcato nel corso del forum, ha trovato terreno fertile e oggi già quasi 3.000 aziende italiane hanno effettuato il passaggio; in Friuli Venezia Giulia, in particolare, il numero di società benefit è aumentato del 50% in un anno, da quando si è tenuta la prima edizione di Fabbricare Società.

Questo modello di organizzazione e sviluppo aziendale – come abbiamo visto su The Good In Town – utilizza le leve del business per promuovere un impatto positivo a livello ambientale e sociale, dimostrando, quindi, non solo che è possibile tenere in piedi un’azienda in modo etico, che vada a beneficio della collettività e non solo di chi già è al vertice, ma che si può anche farla prosperare.

Come sottolineato da più voci durante il convegno, i fattori attraverso cui questo modello aziendale opera sono diversi: dal lavoro agile, che permette di ridurre l’inquinamento degli spostamenti e di conciliare le necessità lavorative con quelle private, all’impegno per la parità di genere dall’attenzione al welfare aziendale e alla riduzione degli sprechi; nelle comunicazioni, poi, vi è trasparenza, mentre una parte degli utili è reinvestita in progetti etici, iniziative benefiche o per promuovere ulteriormente quei valori su cui la mission aziendale si fonda. Queste sono solo alcune delle caratteristiche grazie a cui il modello rappresentato dalle società benefit fornisce un’alternativa rispetto alla forma di business che ha dominato per decenni e che ha contribuito a diverse delle problematiche, sia ambientali che sociali, con cui dobbiamo fare i conti oggi.

Ecco perché le società benefit sono in grado di rispondere alle sfide poste oggi dal lavoro, dal welfare e dall’ambiente; ma anche alle necessità dei lavoratori e dei cittadini, mettendo in moto un’economia rigenerativa fondata sulla restituzione di valore alla comunità in cui operano. In Friuli Venezia Giulia, in particolare, questi principi possono proporsi per certi versi come l’eredità in chiave moderna di alcune interessanti esperienze storiche, come quella dell’imprenditore settecentesco Jacopo Linussio, proprietario di un’industria tessile con diversi stabilimenti nell’area montana della Carnia, dove fu il primo in Europa a concepire il lavoro femminile a domicilio – nello specifico, la filatura con macchine parzialmente meccaniche – che sviluppò in particolare nel quartiere operaio da lui fatto costruire a Moggio, nell’udinese. O, ancora, il caso di Torviscosa, la città aziendale a misura di operaio sviluppata attorno agli stabilimenti della SNIA Viscosa, in provincia di Udine. Da queste realtà locali si può trarre insegnamento, attualizzandone i valori e proiettandoli in una nuova forma più adatta al nostro tempo.

Esempi di società benefit friulane

A farlo provano, ad esempio, ONEBra, azienda che realizza coppe per reggiseni personalizzati, stampati in 3D e pensati per ogni esigenza, anche di asimmetria, come nel caso di donne che hanno subito interventi di asportazione del seno; oppure la startup NAZENA che, invece, ricicla tessuti e scarti della fast fashion ricavandone materiale per realizzare prodotti nuovi, dagli appendiabiti alle confezioni. Sono tra le aziende che hanno avuto l’occasione di presentarsi nella prima parte delle due giornate di Fabbricare Società; a questi sono seguiti gli approfondimenti verticali, che nella giornata triestina hanno riguardato la parità di genere in azienda: un tema spinoso in Italia, dove solo una minoranza di aziende investe per la parità e dove l’occupazione femminile è di appena il 51%, per non parlare del gender pay gap (il divario salariale tra i generi) del 12,5%. Eppure il ruolo che le donne (così come le minoranze etniche) possono giocare in azienda, oltre a essere un vantaggio per la collettività, in quanto fattore basilare per la democrazia, può persino essere rivoluzionario; ad esempio perché, rappresentando una parte di mondo svantaggiata, possono le donne portare punti di vista diversi e, spesso, innovativi. Altro tema cardine è quello affrontato negli approfondimenti di Udine: il greenwashing, rispetto a cui le società benefit devono guardarsi per perseguire un impegno concreto e coerente, rifiutando le dichiarazioni vuote, che si reggono solo sul marketing. Proprio l’esperienza di queste aziende e la divulgazione del loro lavoro, inoltre, può contribuire a dare ai cittadini e ai consumatori gli strumenti per riconoscere la vera sostenibilità di un servizio o di un prodotto dalle azioni di facciata.

Dagli esperti ai protagonisti: le società benefit sono un pilastro del cambiamento

Nella due giorni di forum, alle esperienze dirette e ai casi concreti si sono affiancate le riflessioni sullo stato dell’arte nel mondo delle società benefit e sull’impatto che queste aziende hanno, in Italia e all’estero. Tra i circa 30 esperti che hanno portato il loro contributo si sono segnalati in particolare Otto Scharmer della Sloan School of Management del MIT di Boston, co-fondatore del Presencing Institute e ideatore della teoria U, o teoria del punto cieco della leadership, che, analizzando la realtà, anche lavorativa e aziendale, in modo profondo, e non osservandola solo dal punto di vista del prodotto e del profitto, rovescia il processo con cui il futuro replica semplicemente il passato; si cerca, invece, di promuovere il cambiamento, superando abitudini e preconcetti a partire dalla leadership, che deve avere motivazioni valoriali e non egoiste.

Queste riflessioni, che potrebbero sembrare piuttosto astratte, spiegano in realtà come la nostra società abbia a lungo incoraggiato il perseguimento di ricchezza e potere, trascurandone gli effetti sul benessere, anziché puntare ad avere un impatto positivo sul mondo circostante. È il momento di fare questo passaggio: le società benefit rappresentano un tassello di questo percorso, come è emerso anche dai contributi degli altri esperti, tra cui Ervin Laszlo del Laszlo Institute, teorico dei sistemi che ha portato il suo contributo sul ruolo dei principi e dei valori ecologici come motori del cambiamento. Su un piano più tecnico, invece, sono intervenuti Andrew Kassoy, fondatore di B Lab, la prestigiosa nonprofit che certifica e supporta le B corp; l’imprenditrice Laura Gori in veste di consigliera di Assobenefit, che ha sollecitato i presenti rispetto alla possibilità di fare impresa sostenibile, con attenzione in particolare al ruolo delle donne; e Rossella Sobrero, grande esperta della responsabilità sociale d’impresa, fondatrice di Koinètica e del Salone della Csr.

A portare opinioni ed esperienze concrete sono stati poi Giò Giacobbe di ACBC, B-corp nel settore (spesso problematico) del fashion, dall’abbigliamento alle scarpe, e David Brussa, Direttore della Total Qualitity e Sustainability di illycaffè, che ha dimostrato come anche una grande azienda, con un giro d’affari che abbraccia tutto il mondo, fondato su un prodotto di per sé non particolarmente ecologico, può – e deve, in nome della responsabilità e del restituire una parte della propria fortuna – fondare il proprio operato su valori solidi. E, ancora, tra gli altri Massimiliano Ventimiglia, fondatore della B-corp Onde Alte SB, che si occupa di progettazione sostenibile sia di oggetti che di strategie digitali, e Piero Petrucco di I.CO.P, azienda che realizza impianti nel sottosuolo, infrastrutture e opere marittime sostenibili.

Le riflessioni emerse non si fermano, però, con i due giorni di Forum: va avanti, infatti, il Tavolo di Lavoro Permanente cui partecipano varie realtà connesse all’Assessorato regionale al lavoro, formazione, istruzione, ricerca, università e famiglia, ma anche le Università presenti in regione, le locali Camere di commercio e alcune fondazioni. Il lavoro è di accompagnamento alle aziende che hanno scelto di intraprendere questo percorso ed è utile anche a dare un concreto e continuativo supporto alle società benefit e monitorarne il lavoro e l’andamento, contribuendo – possibilmente – anche a diffondere la conoscenza della loro esperienza. Dalle testimonianze e dalle riflessioni sviluppate nel corso di Fabbricare Società, infatti, è emerso un importante insegnamento: le società benefit stesse possono fungere da esempio e da traino, innescando un circolo virtuoso che coinvolga non solo altre realtà aziendali, ma le amministrazioni locali stesse; queste, infatti, possono farsi ispirare dalle buone pratiche su temi fondamentali quali il miglioramento del welfare, la qualità del lavoro, l’equilibrio vita-lavoro e l’attenzione verso giovani e donne e, vedendone i concreti effetti positivi, possono essere motivate ad applicarli nelle politiche locali.

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