Moda sostenibile, il tessuto innovativo fatto da capelli umani

La startup Human Material Loop testa una nuova fibra tessile sperimentale ricavata da capelli umani in uno dei degli gli ambienti più estremi del nostro pianeta. L'intervista al fondatore

Human Material Loop (HML) è una startup che lavora su ricerca e produzione di materiali innovativi e si impegna affinché l’uomo stesso possa essere e offrirsi come parte della soluzione alla crisi ambientale.

L’8 di gennaio del 2023 dall’aeroporto di Roma Fiumicino, è decollato un aereo diretto a Mendoza; a bordo Leonardo Antonio Avezzano con indosso un capo di abbigliamento confezionato con un tessuto di fibra tessile sperimentale brevettato da HML.

L’idea di Zsofia Kollar e Leonardo Antonio Avezzano (fondatori della startup), è quella di sfidare le vette dell’Aconcagua, una delle vette più alte del mondo, per testare un nuovo materiale tech in uno degli ambienti climaticamente più ostili del nostro pianeta.

Il test della fibra tessile sperimentale sulle vette dell’Aconcagua

Perché anche quando si ottengono ottimi risultati in laboratorio, non è detto che le stesse performance possano essere registrate nelle condizioni di vita reale, o a 7.000 metri di altitudine.

La passione innata per i grandi spazi e per il pianeta ha sempre portato Leonardo in giro per il mondo, da montagne a deserti; ma questa volta all’impresa aggiunge un elemento originale e straordinario: un equipaggiamento che nessuno ha mai indossato prima, che deve proteggerlo da temperature che raggiungono i 40° sotto lo zero. Un capo d’abbigliamento tecnico leggerissimo, realizzato un tessuto che utilizza capelli umani come materia prima e conta proprio sulle proprietà termiche dei capelli per le performance di isolamento e protezione.

HUMAN MATERIAL LOOP ha sviluppato una tecnologia che consente di utilizzare gli scarti delle fibre proteiche di cheratina e di sviluppare prodotti ad alte prestazioni per l’industria tessile con un impatto negativo nullo sull’ambiente. I capelli hanno un rapporto forza-peso paragonabile a quello dell’acciaio. Può essere allungato fino a una volta e mezza la sua lunghezza originale prima di rompersi.

The Good in Town si è appassionata alla missione e alla sfida, e ha contattato Leonardo mentre ad Amsterdam (dove ha sede la società) recuperava energie e si godeva la temperatura mite dell’Olanda.

“Ognuno di noi sceglie e affronta la sua sfida esistenziale. In alcune di esse riusciamo a crearci un nuovo io. Questo è un viaggio speciale, in cui l’uomo affronta un limite proponendo sé stesso non solo come eroe agente, ma anche come strumento materiale a supporto.

Per me andare e affrontare questi ambienti estremi è un modo per cercare un nuovo equilibrio con la natura, che oggi sembra esser perduto. Mi arrampico per riconnettermi con me stesso ed essere in contatto con un ambiente dove posso sentire sia la fragilità, che la potenza umana del corpo e della mente.”

L’innovazione nel mondo del tessile propone oggi fibre e indumenti tecnici in grado ormai di affrontare situazioni estreme e ogni tipo di condizione avversa: possiamo attraversare il fuoco, restare immuni a radiazioni e batteri, sudare e non sentire il sudore addosso, nuotare negli abissi senza bagnarci. Tutte cose fantastiche, ma per lo più possibili grazie a materiali ricavati da composti chimici e polimeri, con processi e risorse ad elevato impatto ambientale. Nei tessili tecnici le fibre naturali hanno un impiego molto contenuto se non addirittura marginale.

Leonardo Antonio Avezzano sulla vetta dell'Aconcagua
Leonardo Antonio Avezzano sulla vetta dell’Aconcagua: l’abbigliamento tecnico usato è stato realizzato da HML e viene sperimentato a temperature e condizioni estreme

“Questa era la seconda volta che scalavo le vette dell’Aconcagua, sapevo cosa stavo andando ad affrontare, e sapevo che lo stavo affrontando con una sfida nuova. Testare una scommessa che potrebbe rivoluzionare il mondo del tessile, o almeno una parte. Nel corso della missione sono in molti ad aver rinunciato prima di raggiungere la vetta, rischiavano l’assideramento; abbiamo raggiunto i -35° e venti fortissimi superiori i 60km/h: io non ho mai sofferto il freddo. Il prototipo ha avuto un comportamento eccellente ed efficiente, anche quando le temperature erano più miti – nella “canaleta”, gli ultimi 200 metri sopra le nuvole dove batteva il sole diretto -, isolamento e traspirazioni mi permettevano di aver una temperatura corporea ottimale. Il 24 gennaio ero in vetta. E mi sentivo meravigliosamente bene. Al rientro, nel campo base, c’erano tantissimi altri climbers che hanno voluto testare e provare il mio equipaggio speciale, e tutti ne sono rimasti entusiasti.”

Il sistema moda e il suo impatto ambientale

L’industria della moda produce l’8/10% di tutte le emissioni globali di CO2, l’equivalente di 4/5 miliardi di tonnellate (dati Unfccc). l’Onu stima che il 20% dell’acqua sprecata a livello globale sia ascrivibile a questo settore, cui spetta il secondo posto in questa classifica globale dopo l’agricoltura. Servono 10.000 litri di acqua per produrre 1Kg di cotone.

Infine, nella filiera della moda, l’impiego di prodotti chimici, tra cui i PFAS, è la seconda causa globale di inquinamento delle acque, sempre dopo l’agricoltura (National Institute of Standards and Technology – NIST). Non sorprende dunque che sia responsabile del 35% delle microplastiche che finiscono nei mari e negli oceani, provenienti soprattutto del poliestere usato nella cosiddetta fast fashion, o moda veloce, sicuramente l’anello più debole, dal punto di vista ambientale, di tutto il settore della moda.

PFAS: sostanze perfluoroalchiliche. Sono composti chimici di uso industriale che conferiscono ai prodotti caratteristiche di impermeabilità all’acqua e ai grassi. Impiegati per la produzione di una vasta gamma di prodotti quali impermeabilizzanti per tessuti, tappeti, pelli, insetticidi, schiume antincendio, vernici, rivestimenti per contenitori alimentari, cera per pavimenti e detersivi. Tra gli usi più comuni di tali composti vi sono il rivestimento antiaderente delle pentole da cucina (Teflon®) e nella produzione di tessuti tecnici (GORE-TEX®, Scotchgard™).

Milioni di chili di capelli provenienti da barbieri e parrucchieri finiscono nei concimi o negli inceneritori di tutto il mondo; solo in Europa, 72 milioni di kg l’anno. E ben sappiamo che oggi nel mondo, ciò che sta crescendo a dismisura e in modo incontrollato, sono proprio i rifiuti.

“I capelli umani sono composti dalla la stessa fibra proteica della cheratina della lana, ma non è mai ancora stato utilizzato in modo sistemico in una catena di produzione. HML ha sviluppato una tecnologia per utilizzare la fibra proteica di cheratina di scarto e sviluppare prodotti ad alte prestazioni per l’industria tessile diminuendo l’impatto ambientale.”

La missione di Human Material Loop

“La nostra missione si inserisce in un obiettivo condiviso a livello globale volto ridurre l’inquinamento causato da quest’industria, fermare (o almeno rallentare!) lo sfruttamento delle risorse, del lavoro sommerso e il sistema di consumismo impulsivo, arrestare il flusso incontrollato di microplastiche che si riversa nel suolo e nei mari. Dopotutto, la funzione più importante di capelli nei mammiferi e proprio quella di creare uno strato protettivo contro il freddo, attraverso il principio di conservazione del caldo corporeo.

I prototipi di giacca e pantaloni di HML sono imbottiti la fibra tessile sperimentale ricavata da capelli raccolti da parrucchieri locali e trattati opportunamente. Brevettando così un modo affinché noi umani possiamo essere utili a noi stessi e non essere solo un costo per questo pianeta.

Sviluppiamo tecnologie e offriamo al mercato soluzioni che lavorano in direzione sostenibile, il nostro obiettivo è trovare ora le partnership giuste per interpretare e realizzare al meglio il prototipo per accelerare l’adozione della tecnologia e farla arrivare sul mercato. Una soluzione che rappresenta anche una forte metafora del lavoro che oggi l’uomo deve fare per ritrovare e ricostruire il rapporto di equilibrio con la natura e il patto di pari dignità con il Pianeta.

Siamo parte di un unico ecosistema, abbiamo preso e continuiamo a prendere tanto e restituiamo pochissimo. Creare consapevolezza significa anche provare a metterci in gioco e esser parte della soluzione, perché una cosa è certa: il Pianeta sopravvive comunque, siamo noi che siamo a rischio“.

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