Orsola de Castro, la signora degli stracci

La designer e stilista che ha portato l'upcycling nella moda a un altro livello

Il mio primo contatto con Orsola de Castro non è legato a un’immagine o una notizia, ma a un oggetto. E penso le farebbe piacere saperlo, perché il suo lavoro nella moda è da sempre concreto, legato all’aspetto materico dei vestiti.

Qualche anno fa, durante uno dei miei giri per negozi di abbigliamento second hand e vintage (passione che vi ho già raccontato qui) ho scovato una perla. Uno di quei capi che spandono un’energia particolare. Sembrava realizzato su misura per me, ispirato a una mia personalissima idea di cardigan: è composto da svariati pezzi di lana, che differiscono per tonalità e lavorazione. Trame fitte unite a una maglia più sostanziosa, filati preziosi e un’asimmetria nelle maniche che lo rende ancora più interessante. L’ho portato subito a casa, e cercando il brand su Google ho scoperto chi l’aveva assemblato.

Tutto arriva “da qualche parte”

L’etichetta del mio cardigan riporta il nome “From Somewhere”, un brand che Orsola de Castro ha creato a Londra nel 1997 e guidato, insieme al partner Filippo Ricci, fino al 2014. Questa casa di moda indipendente, nata da un maglione con i buchi riparati all’uncinetto, proponeva vestiti realizzati con tecniche sartoriali utilizzando scarti dei grandi marchi.

I due stilisti hanno combattuto contro lo spreco nella moda utilizzando per le loro collezioni i tessuti rimanenti trovati nei magazzini di tutto il mondo. Celebre la collaborazione con Speedo, da cui sono nati minidress scultorei che sfruttano le caratteristiche del tessuto tecnico usato per i costumi da bagno.

L’origine della rivoluzione

Il progetto From Somewhere nasce in risposta agli scarti prodotti dall’industria della moda, nel tentativo di limitarli e nobilitarli, e consacra Orsola de Castro come pioniera dell’upcycling.

La sua presa di coscienza rende evidente che i vestiti, come altri oggetti, hanno un’origine (come si intuisce dal nome del brand) e lasciano un’impronta ecologica, perché possono trasformarsi in un rifiuto. Ma la moda, essendo una delle più grandi industrie al mondo, ha anche un peso sociale non indifferente.

Nel 2013, a Dacca, in Bangladesh, crolla il Rana Plaza, un edificio di otto piani che ospitava numerosi laboratori di confezioni. Nell’incidente perdono la vita più di mille persone che erano impegnate a cucire capi disegnati e venduti in Occidente dai colossi del fast fashion, sempre alla ricerca di manodopera a basso costo.

Come reazione a questa tragedia, Orsola de Castro fonda insieme a Carry Somers, designer inglese, Fashion Revolution, movimento dedicato alla promozione della moda sostenibile. Le due attiviste scrivono un manifesto in cui invitano le aziende ad assicurare una maggiore trasparenza su approvvigionamento dei materiali e condizioni dei lavoratori, perché l’industria del fashion riduca il suo impatto su ambiente e società, evitando lo sfruttamento di risorse e persone.

Chi ha fatto i miei vestiti?

Fashion Revolution, con la sua posizione provocatoria, ha scosso anche l’opinione pubblica, cerando una maggiore consapevolezza sugli aspetti negativi dell’industria dell’abbigliamento. Tramite l’hashtag #whomademyclothes, infatti, il consumatore è invitato a riflettere sui capi che indossa e su come sono stati prodotti.

Personalmente, so sempre rispondere a questa domanda. Negli anni, ho creato un guardaroba che mi rappresenta, e che descrive la mia idea di moda. Come spesso fa Gaia Segattini nei suoi post, raccontando il suo outfit e presentando chi ha creato i vari pezzi, anch’io posso chiamare tutti i miei vestiti per nome. Ricordo dove li ho acquistati, quando, quanto li ho pagati, e se sono stati modificati.

Da sinistra: Carry Somers, designer inglese, e Orsola de Castro, insieme hanno fondato Fashion Revolution

Personal branding

Orsola de Castro ha un profilo Instagram, che ovviamente seguo. Sono affascinata dal suo stile, che racconta la sua personalità, la sua storia, e diventa parte integrante del lavoro che fa. Riconosco una perfetta corrispondenza tra la sua visione della moda e come la mette in scena. Senza alcuna regola. Con la gioia di chi non ha mai smesso di giocare.

Recentemente, al matrimonio della figlia, ha lasciato tutti a bocca aperta grazie a un abito in broccato con ricami pop disegnato da Dolce & Gabbana qualche stagione fa, che aveva acquistato a un sample sale e aveva già indossato. Ha confessato che è uno dei capi più costosi della sua collezione, ma che è contenta di averlo nell’armadio e di sceglierlo per le occasioni speciali.

Diversamente da quanto si potrebbe pensare, Orsola de Castro non è una minimalista. Però Marie Kondo sarebbe comunque orgogliosa della sua cabina armadio strabordante e coloratissima perché l’intero contenuto “sparks joy”. In un’intervista ha dichiarato “Mi dispiace per Marie Kondo perché non ho nulla contro di lei, però sì, io sono una radical keeper. Io tengo radicalmente, ci tengo a tenere. Il mio ritmo di acquisti è decelerato: a me il vecchio rielaborato fa lo stesso effetto che andare a comprare qualcosa di nuovo. Ma non sono un’accumulatrice, non ho gli armadi che esplodono: sono pieni, sono tanti, ma sono organizzati, belli, puliti, sono gioiosi”.

L’abbraccio tessile dona gioia perché è amato dalla sua proprietaria. A tal punto che alcuni capi non vengono eliminati anche se ormai usurati in modo irreparabile. D’altronde, se compriamo jeans stinti e strappati ad arte, perché dovremmo smettere di indossare un maglione con i fili tirati o qualche buco?

“I vestiti che ami vivono a lungo”

Questo è il titolo del libro pubblicato nel 2021 in cui Orsola de Castro presenta la sua strategia per rendere la moda più sostenibile. Spiega come prendersi cura dei vestiti, come lavarli, conservarli e soprattutto ripararli. Il segreto dietro a un approccio etico alla moda è l’amore.

Quando le chiedono perché ha scritto un manuale per gestire il guardaroba risponde: “Quando sento che ‘il fast fashion è fatto così male che non vale la pena ripararlo’ rabbrividisco per il messaggio che stiamo dando, soprattutto ai nostri figli. È un messaggio cinico, che fa il gioco dei brand, che infatti non lo smentiscono. Sono ben contenti e complici di un messaggio che dice ‘comprate e buttate’, che è sbagliato in principio”.

Secondo lei, il cortocircuito si è creato quando abbiamo smesso di dare valore a ciò che indossiamo. Lo spiega con questo esempio: “Stiamo imparando a rispettare il cibo, a non sprecarlo, a comprare consapevolmente, a puntare sulla filiera corta, sull’home made, sul biologico. Ma sulla moda non applichiamo gli stessi principi”.

Il vantaggio della riparazione è che ognuno può cimentarsi, e l’impegno profuso nell’aggiustare qualcosa con le nostre mani aggiunge valore all’oggetto.

Finché i brand non offriranno punti di riparazione dentro ai loro punti vendita, possiamo buttarci sul rammendo. Prepariamoci a rimanere sorpresi dal risultato.

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