877 aziende nella A List CDP. Perché in un anno pessimo per il clima i dati contano più che mai

Investitori da 127 trilioni chiedono dati, l'Asia sorpassa l'Europa, l'Italia porta a casa 30 A con una sola doppia A (Brembo). Dietro le classifiche, una verità scomoda: senza disclosure non si va da nessuna parte

Partiamo da qualche numero: nel 2025, anno pessimo per la sostenibilità tra guerre, rollback normativi e generale disaffezione al tema clima, 640 investitori che muovono 127 trilioni di dollari hanno continuato a chiedere alle aziende di rendicontare i propri impatti ambientali attraverso CDP. Non per filantropia: perché il greenwashing è diventato un rischio legale e reputazionale che può costare miliardi.

CDP, non quello italiano (Cassa depositi e Prestiti), ma l’organizzazione non profit che si definisce l’unico sistema globale di disclosure ambientale indipendente, ha appena pubblicato le sue A List 2025: una dedicata alle aziende, una alle città, una a Stati e aree regionali.

Delle oltre 22mila aziende valutate, 877 hanno preso la A (4% del totale), solo 23 il Triple A su clima, foreste e acqua. Le aziende possono arrivare alla piattaforma CDP volontariamente, ma il più delle volte sono gli investitori o i partner-leader di filiera a richiederlo.

I numeri crescono dal 2023: da 346 a 751 A sul clima, da 101 a 263 sull’acqua, da 30 a 55 sulle foreste. Bene, forse.

Questi soggetti sostengono finanziariamente CDP.

L’indipendenza è sopravvalutata

CDP si definisce “indipendente” (non è un soggetto accademico o di governo) ma è finanziata da uno strano mix di fondazioni, banche e aziende. Due istituzioni pubbliche, la Commissione europea e il Governo UK.

I dati raccolti? Autodichiarati dalle aziende, con verifiche limitate.

Ciò non significa che CDP sia inutile o corrotta. Vuol dire che chiamarla “indipendente” è generoso. È più un ecosistema dove chi valuta e chi viene valutato condividono lo stesso perimetro di interessi. Il che non è necessariamente un male – anche le agenzie di rating funzionano così – ma sarebbe meglio non usare la retorica della neutralità olimpica ed evitare paroloni. Anche perchè, in fondo, non serve visto che il loro business sono i dati e la loro mission è di utilità per tutti.

Sherry Madera, CEO di CDP, ha dichiarato: “I mercati stanno inviando un segnale inequivocabile: dati ambientali chiari e coerenti sono indispensabili per un processo decisionale solido. Lo slancio alla base della divulgazione nel 2025 dimostra che le organizzazioni di ogni dimensione e settore riconoscono il valore di informazioni trasparenti per rafforzare la resilienza, sostenere l’innovazione e sbloccare gli investimenti. La A List di CDP riflette gli esempi più significativi di questa ambizione, ma la vera storia risiede nell’impegno globale a rendere i dati ambientali visibili e utilizzabili. Poiché investitori, responsabili politici e aziende fanno sempre più affidamento su queste informazioni, la divulgazione rimane uno dei motori più potenti del progresso positivo per il pianeta”.

L’ Asia sta sorpassando l’Europa?

Il dato geografico è il nuovo segnale del 2025. Asia ed Europa emergono come hub della leadership ambientale su un piano di sostanziale parità, ma con traiettorie opposte. Giappone, Turchia e Taiwan piazzano rispettivamente il 12%, 12% e 8% delle loro aziende valutate nella A List. L’Europa ancora tiene: Francia al 12%, Portogallo e Spagna al 9%. Ma l’Europa vive una sorta di disincanto nella sostenibilità e rischia di perdere terreno, cosa che è un male per l’ambiente ma anche per l’economia.

L’Asia sta guadagnando terreno, invece, ha un punto di vista che funziona. Mentre in Europa ci impantaniamo nella burocrazia e smantelliamo, a seconda degli umori politici, pezzi del Green Deal, l’Asia ha semplicemente inquadrato la sostenibilità ambientale come vantaggio competitivo. Non ideologia green, ma strategia industriale. Tra dieci anni, quando le supply chain globali saranno ridisegnate sulla base della carbon footprint, vedremo chi aveva ragione. Spoiler: probabilmente non saremo noi.

Italia: 30 aziende, una sola eccellenza

L’Italia piazza 30 aziende nella A List. Numero rispettabile, ma la Francia ne ha 60, diverse con la tripla A (Danone, Kering, L’Oreal, LVMH). Noi di doppia A ne abbiamo una sola: Brembo, che prende A su clima e acqua. Le altre? Presenti, conformi, trasparenti. Ma non eccellenti in tutti. Persino Chiesi, b corp e società benefit, c’è ma con una sola A.

È il solito paradosso italiano: ci siamo, facciamo il compitino, ma raramente eccelliamo. Il sistema industriale italiano sembra ancora focalizzato sulla compliance – fare quello che ti chiedono per evitare grane – piuttosto che sull’ambizione vera. Brembo oggi dimostra che quando vuoi, puoi.

La sede di Brembo al Kilometro Rosso di Bergamo.

Il punto non è la classifica. Sono i dati

Tutto questo discorso sulla A List non deve farci perdere di vista il punto vero. Che non è “chi è bravo” o “CDP è affidabile”. Il punto è che senza dati non esiste alcuna possibilità di distinguere chi fa sul serio da chi racconta storie.

Possiamo discutere all’infinito su chi giudica, come giudica, con quali conflitti di interesse. Ma in un anno in cui tutti hanno parlato di “transizione sostenibile” mentre rallentavano gli impegni concreti, la disclosure strutturata resta l’unico argine contro le chiacchiere.

Perché le narrazioni le puoi inventare. I dati – quando sono veri, misurati, comparabili – no. E 127 trilioni di dollari che chiedono questi dati non lo fanno per idealismo. Lo fanno perché senza non sanno dove mettere i soldi senza rischiare di trovarsi con asset incagliati o cause legali tra cinque anni.

CDP può non essere ‘perfetta’, ha investitori che rendono lecito pensare che ci possono essere conflitti di interesse. Può essere generosa con alcuni e severa con altri. Ma ha centrato il punto: in un mondo che annaspa tra greenwashing e negazionismo, l’unica cosa che conta sono i numeri. Veri, verificabili, confrontabili.

Il resto è fuffa.

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