I fiumi, amici dimenticati

Li diamo per scontati, ma dipendiamo ancora da loro, proprio come le civiltà antiche: ecco perché dobbiamo prenderci cura dei fiumi

La nostra civiltà dipende dai fiumi, oggi come seimila anni fa, anche se fatichiamo a rendercene conto, da società fortemente urbanizzata che siamo. I fiumi rappresentano lo 0,0002% dell’acqua del Pianeta ma sono largamente sfruttati per i più vari impieghi indispensabili alla nostra civiltà: li usiamo per irrigare, bere, allontanare gli scarti e i reflui dei depuratori dalle nostre città; sono fondamentali vie di comunicazione per i commerci fin dall’alba dei tempi, uno dei motivi per cui le grandi civiltà sono tutte state fondate nei pressi di un corso d’acqua. I fiumi sono un elemento naturale fondamentale ancora oggi, non solo per il benessere ambientale ma anche economico; eppure sono troppo spesso trascurati, con relativi problemi che emergono quando capitano, ad esempio, forti piogge. Ecco perché dobbiamo ripensare il nostro rapporto con i fiumi e la loro importanza per la nostra società.

Tutti i problemi dei fiumi oggi

 Tra il 2022 e il 2023 in Italia 21 fiumi (e 10 laghi) sono stati colpiti duramente dalle conseguenze delle prolungate siccità; tra questi ci sono Po, Sesia, Pellice, Bormida, Adige, Tagliamento, Bisenzio, Ombrone, Tevere, Chienti, Metauro, Misa. L’altra faccia della stessa medaglia – non solo perché anche questo è un evento atmosferico estremo, ma anche perché grandi quantità d’acqua improvvise non possono essere assorbite da un terreno impermeabilizzato dalla lunga siccità – sono le alluvioni e le bombe d’acqua, episodi che nei soli primi sei mesi del 2023 hanno provocato 28 esondazioni, contro le 21 dello scorso anno.

Se la siccità estrema comporta – tra le altre cose – distruzione dei raccolti o crollo della produttività dei campi e conseguente aumento dei prezzi degli alimentari, le esondazioni  d’altro canto portano con sé danni fisici ai centri urbani, alle infrastrutture, alle abitazioni e ai campi stessi e pericoli per la sicurezza delle persone e degli animali. Eventi atmosferici estremi come le bombe d’acqua e i medicane che abbiamo iniziato a vedere negli ultimi anni anche nel nostro Paese avvengono per effetto della crisi climatica – che colpisce con particolare intensità e progredisce con ritmi record soprattutto nell’area del Mediterraneo – ma ci sono altri fattori che possono contribuire alla gravità degli effetti delle inondazioni. Una che riguarda da vicino l’Italia è la cementificazione: nel nostro Paese vengono “ceduti” al cemento circa 2 metri quadri di suolo al secondo, motivo per cui ci troviamo con 21.500 km quadrati di suolo cementificato, tra edifici – che da soli occupano 5.400 km quadrati – , strade, autostrade e altre infrastrutture. Il suolo che in questo modo abbiamo perso dal 2012 a oggi avrebbe permesso a oltre 360 milioni di metri cubi d’acqua piovana di filtrare nel terreno, da un lato evitando lo svuotamento delle falde e dall’altro mettendoci al riparo dai danni idrogeologici che in meno di 20 anni, dal 2000 al 2019, hanno causato 438 decessi. 

Dal cemento agli scarichi

I fiumi non sono risparmiati: tutti i corsi d’acqua “tombati” in Italia – situazione frequente nelle zone urbane – sono a rischio di esondazione ogni volta che si verifica una pioggia abbondante, con tutti i problemi che questo può comportare; basti pensare a Milano, dove le continue tracimazioni del Seveso dovrebbero spingere, secondo Legambiente, a prendere la decisione di riportare gradualmente le acque in superficie, quindi ad esempio, non appena si rende necessario abbattere un edificio, anziché ricostruirlo sarebbe bene considerare di scoperchiare il fiume. Invece purtroppo oggi si teme che anche una porzione della foce del Po venga cementificata, dopo l’acquisizione di un’area interna al Parco del Delta del Po da parte della società immobiliare CPI Real Estate Italy.

Purtroppo a questo si aggiunge l’inquinamento, come sottolineato da diversi studi nel corso degli ultimi anni, che sottolineano i pericoli delle contaminazioni in Italia, tra metalli pesanti, residui scarichi industriali e sostanze chimiche, ma anche di pesticidi e antibiotici provenienti da allevamenti intensivi e agricoltura, per arrivare fino alle microplastiche che ogni giorno finiscono nei fiumi e delle falde sotterranee.

Recuperare un rapporto trascurato

I problemi maggiori hanno cominciato a emergere con il boom economico, quando abbiamo di fatto iniziato a trascurare il rapporto con i fiumi e la natura in genere, abbandonando montagne e colline in favore delle città, rilasciando inquinanti nelle acque e dimenticando sempre più spesso la manutenzione ordinaria e le pulizie dei letti dei fiumi. Così oggi ci stupiamo quando un corso d’acqua invade una zona invece di stupirci di aver permesso che in quella zona si cementificasse o si costruissero capannoni.

Non viviamo davvero nella bolla ipertecnologica che crediamo: siamo ancora molto soggetti ai fiumi e dobbiamo ricordarlo tanto più ora che il clima sta cambiando rapidamente e bisogna usare l’acqua meno e meglio di come sia stato fatto finora, ad esempio scegliendo colture meno idroesigenti e optando per agricoltura di precisione, facendo controlli stringenti sulla depurazione e sugli scarichi, e ricordando che avere meno acqua a disposizione significa averne di più inquinata, perché viene meno il ruolo depurativo dei fiumi. Per evitare di sfruttare eccessivamente i corsi d’acqua, poi, almeno per gli impieghi agricoli potrebbero essere usate altre modalità: ne è un esempio la raccolta delle acque piovane in città e dal riutilizzo di quelle reflue, attività che insieme potrebbero arrivare a 22 miliardi di metri cubi all’anno secondo Legambiente, che spinge per una roadmap che punti a raggiungere almeno il 20% di riutilizzo entro il 2025, il 35% entro il 2027 e il 50% entro il 2030. Come è stato fatto per millenni, in definitiva, bisogna avere cura dei fiumi e fare una manutenzione rispettosa e continua del territorio, non limitandosi a mettere delle pezze non risolutive quando si verificano delle emergenze.

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