Valutare i rischi climatici, un obbligo ‘di fatto’ per ogni azienda

Sempre più imprese devono fare i conti con la valutazione dei rischi climatici. La società triestina Modefinance ha una tecnologia per calcolare questi rischi e aiutare così le imprese a essere più resilienti e a prova di ESG

L’alluvione che ha colpito il mese scorso l’Emilia-Romagna ha purtroppo avuto conseguenze particolarmente drammatiche in termini di vite umane e di danni materiali sul territorio.

Oltre a questo fardello, è necessario prendere in considerazione anche gli impatti sulle aziende, piccole e grandi, che operano sul territorio e i conseguenti risvolti a livello lavorativo e sociale. Ne abbiamo un’impressione, ad esempio, guardando ai prezzi della frutta, in ulteriore aumento a causa della devastazione subita dai campi e dalla perdita di raccolto in una regione a forte vocazione agricola. Le aziende del settore agricolo sono forse le prime a essere colpite dalla crisi climatica e dagli eventi atmosferici estremi che a causa sua si abbattono sull’Italia con crescente frequenza e intensità. Ma non solo le sole realtà economiche a essere esposte agli andamenti del clima e ai problemi ambientali, i cui effetti si riversano sugli stabilimenti produttivi, sulle filiere di approvviggionamento e sui prodotti di ogni azienda – anche se in misura variabile – oltre che sulle preferenze di consumatori e acquirenti, sempre più attenti alla sostenibilità ambientale e sociale di beni e prodotti.

Il rischio climatico

Proprio per questa rilevanza, l’Unione Europea a fine 2022 ha emanato la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), una direttiva che rende obbligatorio, per aziende di determinate dimensioni o quotate in Borsa, rendicontare la propria sostenibilità attraverso strumenti adeguati come il bilancio di sostenibilità. Anche per le aziende più piccole, che ancora non hanno la necessità di produrre il proprio bilancio di sostenibilità, tuttavia, il legislatore europeo sta premendo per un maggiore impegno generalizzato e diffuso presso tutti i settori economici, in particolare ai fini di una valutazione del proprio rischio climatico in termini economici e finanziari.

Questa è, infatti, estremamente utile a effettuare una valutazione della propria vulnerabilità, e quindi a impostare nel modo più efficace la propria transizione in senso ecologico. Inoltre, è uno strumento importante per finanziatori, banche e istituti di credito per valutare i propri investimenti a favore di una realtà piuttosto che di un’altra più sostenibile: non a caso la Banca d’Italia ha formulato delle richieste molto precise alle banche e agli istituti finanziatori delle aziende di cominciare a valutare anche i rischi climatici delle aziende.

Ma come funziona la valutazione dei rischi climatici per le aziende? Lo abbiamo chiesto a Stefania Latin, analista finanziaria di Modefinance, società del gruppo TeamSystem. Modefinance è una società fintech (tecnologia per la finanza) triestina che da qualche tempo si occupa anche di questo tipo di valutazioni per aziende di tutti i settori, a partire da quelle più energivore – che da questi temi sono più direttamente toccate – ma non solo.

Modefinance è una realtà in evoluzione, che oggi conta circa 70 impiegati ma che vive una fase di forte espansione; si occupa della valutazione della solvibilità del rischio di merito creditizio sia come agenzia di rating – cosa che è diventata ufficialmente dal 2015 – che come fintech, cioè sviluppando modelli che impiegano l’intelligenza artificiale per supportare le imprese e le banche a capire il proprio rischio di credito e quindi la solvibilità, tema che da qualche anno a questa parte si applica al mondo ESG. Sull’argomento non c’è ancora un framework unico che valga per le piccole imprese, che è atteso. Nel frattempo, per le piccole e medie imprese un primo passo da cui partire è un bilancio ESG, valutazione che realtà come Modefinance forniscono ad aziende, banche e istituti di credito, rispondendo all’esigenza portata a galla proprio dalla Banca d’Italia, che vuole che gli istituti che desiderino operare in un certo territorio valutino, tra le altre cose, anche gli aspetti legati al rischio climatico.

Tutte le immagini sono ricavate da CittàClima 2022 di Legambiente

Come si può valutare questo rischio?

Stefania Latin: «Per farlo, Modefinance ha sviluppato due modelli proprietari per il calcolo del rischio climatico. Ma quando parliamo di questo dobbiamo più propriamente distinguere in rischio fisico e rischio di transizione; il primo valuta l’impatto economico che deriva all’impresa dal manifestarsi di eventi naturali legati ai cambiamenti climatici. La soluzione di Modefinance si concretizza nella geolocalizzazione dell’impresa (perché i vari asset produttivi hanno una propria geolocalizzazione: ad esempio una fabbrica, un ambiente in cui si realizza un certo prodotto) e si prende come riferimento la Partita IVA, restituendo in maniera automatica e immediata la valutazione del rischio fisico cui l’impresa stessa è soggetta».

Tramite questi dati si ottiene un indicatore sintetico automatico che si traduce in una scala di valutazione in sette classi, da S1 a S7, dove S1 corrisponde a un livello di rischio basso, mentre S7 corrisponde a un elevato rischio che gli eventi fisici si manifestino.

Stefania Latin: «A fronte di questa prima valutazione correlata alla geolocalizzazione c’è poi una ponderazione che si basa sul settore in cui opera l’azienda, perché non tutti hanno lo stesso impatto: basti pensare alla differenza tra un ufficio e un’azienda agricola, che è necessariamente molto esposta. Così che un’azienda possa avere degli indicatori che monitorano la suscettibilità dei siti di stoccaggio e/o di produzione a specifici rischi fisici, come ad esempio terremoti, alluvioni o ancora grandinate».

Cos’è invece il rischio di transizione?

Stefania Latin: «Il rischio di transizione si riferisce all’impatto economico per l’impresa di una nuova normativa, ad esempio, che richiede una riduzione delle emissioni carboniche; questo può richiedere all’azienda investimenti in Ricerca e Sviluppo: bisogna quindi adeguarsi a tale cambiamento, poiché se lo stesso viene sottovalutato si può incorrere in impatti economici anche rilevanti. Ci sono poi i cambiamenti nelle richieste dei consumatori, che sono sempre più attenti alle tematiche della sostenibilità, ad esempio ricercando strutture alberghiere attente da questo punto di vista. Questo può spingere a un cambiamento vero e proprio del prodotto o del servizio offerto».

Un’azienda che non è attenta a questi aspetti – non preoccupandosi, ad esempio, dei rischi materiali della propria catena di approvvigionamento, ma anche della sensibilità dei consumatori o dell’impatto ambientale del proprio prodotto e di come attivarsi per ridurlo – rischia di incappare in aree problematiche che possono comportare conseguenze, anche economiche. Oggi Modefinance è molto presente tra le PMI di tutti i settori, perché la normativa europea esercita una pressione trasversale, su tutti, perché si tratta di temi da cui nessuno può chiamarsi fuori, anche se per certi versi le imprese che consumano elevate quantità di energia ne sono più toccate.

Questi modelli sono pensati anche per supportare le imprese nel processo sempre più volto ad una sostenibilità ambientale, sociale ma anche economica.

Stefania Latin: «Mentre il rischio fisico si basa su localizzazione e territorio – cioè dati oggettivi – per valutare il rischio di transizione viene fornito un questionario; questo permette di capire come la società si sta comportando, se sta implementando pratiche per rispondere a questo tipo di esigenze sul breve, medio e lungo periodo. È particolarmente importante per le piccole imprese, che hanno bisogno di valutare i propri impatti economici e finanziari, quindi i costi di transizione o la propria esposizione a determinate controversie legali, in cui potrebbero incappare se non rispondessero adeguatamente alle pressioni del legislatore sul tema ambientale e di transizione. Tramite tale strumento si valuta il grado di consapevolezza e delle azioni intraprese dell’impresa, valutando quindi l’impatto economico dell’implementazione di determinate tecnologie o di normative».

Perché sono molti gli stakeholder, anche istituzionali, a fare pressione sulle imprese – anche quelle piccole, che magari non devono fare un bilancio di sostenibilità se non tra qualche anno – inserite in una catena del valore in cui a monte e a valle hanno magari imprese più grandi o addirittura multinazionali che già oggi integrano nel proprio processo e nella propria catena la reportistica della sostenibilità.

Un motivo in più con cui le piccole e medie imprese dovrebbero dotarsi di uno strumento che attesti la loro sostenibilità e la loro capacità di resilienza rispetto alle conseguenze della crisi climatica, per avere, così, maggiore consapevolezza sia dei rischi ma anche delle opportunità da cogliere per rimanere competitivi.

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