L’economia circolare nella moda e le sue 3 leggi

Il settore moda è tra i più inquinanti e INsostenibili al mondo nel suo attuale assetto: tutta la filiera produttiva è causa di enormi emissioni di CO2, elevati consumi di acqua, uso abbondante di chimica nociva (sul tema si veda la bellissima campagna Greenpeace ‘Detox my fashion’ partita nel 2011).

In particolare l’arrivo del cosiddetto ‘fast fashion‘ (abbondanza e continuo ricambio negli store di prodotti a basso costo e di scarsa qualità) su cui sono nati imperi commerciali, ha determinato un’impennata nella produzione di capi e una parallela impennata dello scarto e dell’invenduto, che tipicamente finisce bruciato generando nuovo inquinamento per il suolo.

La moda è anche un settore in cui l’applicazione dell’economia circolare può davvero fare la differenza, soprattutto per quanto riguarda i temi ambientali, in modo molto visibile e coinvolgendo i consumatori.

Che cos’è l’economia circolare?

L’economia circolare è il nuovo modello di produzione e consumo che ha l’obiettivo di diminuire drasticamente la produzione di rifiuti, e di conseguenza limitare sprechi, consumo delle risorse primarie e inquinamento

Fino a oggi il modello di produzione e consumo è stato lineare, basato sul prendi-produci-usa-getta, un modello tipicamente consumistico che ha determinato molti dei problemi ambientali che oggi ci troviamo ad affrontare. Solo nell’Unione Europea si producono ogni anno più di 2,5 miliardi di tonnellate di rifiuti, in Italia quasi 500 kg pro capite.

Al suo posto è necessario introdurre un’economia circolare, volto a prolungare il ciclo di vita dei prodotti e basata sui principi del ripara-riutilizza-ricicla.

Aderire all’economia circolare implica per l’industria ripensare in una nuova ottica tutti i processi, si parla di ‘circular by design’: ogni prodotto deve essere fatto nel modo migliore possibile per durare e per essere riutilizzato o riciclato. La circolarità è determinata dal fatto che attraverso il riuso non si attinge a nuove materie prime, con un effetto rigenerativo.

Un’immagine molto esplicativa del perché si parla di ‘circolarità’

Le tre leggi della circolarità nella moda

“L’economia circolare è un’idea più grande della riduzione progressiva dei danni prodotti dal nostro modello attuale” dice la Fondazione MacArthur in questo documento.

L’economia circolare ha elaborato una metodologia che ha semplificato all’industria il passaggio dai buoni propositi all’azione concreta, ma richiede un modo di pensare del tutto nuovo, in contrapposizione con il consumismo sfrenato degli ultimi decenni.

Come dicevamo prima, si basa su tre principi, tutti guidati dal design: eliminare i rifiuti e l’inquinamento, mantenere i prodotti e i materiali in uso, e rigenerare i sistemi naturali. Per la moda, si traduce in:

  • garantire che i prodotti (abbigliamento, calzature, accessori) siano usati di più
  • siano fatti per essere rifatti
  • siano realizzati con input sicuri e riciclati o rinnovabili.

1. Used more – uso prolungato dei prodotti

Bisogna favorire il noleggio e il recommerce, in quanto sono dei modelli di business in cui è possibile continuare a sviluppare valore economico su un prodotto ‘già fatto’, dissociando tale sviluppo economico dal consumo di risorse che sarebbe invece necessario per fare un prodotto nuovo.

I prodotti dovrebbero essere progettati e fabbricati per durare nel tempo e per essere riparati.

Le aziende produttrici dovrebbero forine agli utenti le conoscenze, gli strumenti e i servizi necessari per mantenere il fascino fisico ed emotivo dei loro prodotti.

Tutti i prodotti che vengono realizzati andrebbero usati. Vanno scoraggiate politiche di sovrabbondanza produttiva, l’inventario in eccesso è ridotto al minimo e non viene mai distrutto.

2. Made to be made again – Fatti per essere rifatti

La discarica, l’incenerimento e la termovalorizzazione non fanno parte di un’economia circolare:i prodotti e i loro materiali devono essere progettati e fabbricati per essere disassemblati in modo da poter essere riutilizzati, rifatti, riciclati e – se del caso, e dopo il massimo uso e ciclo – compostati in modo sicuro.

Gli imballaggi sono ridotti al minimo, e sono fatti di materiali anch’essi riutilizzabili, riciclabili o compostabili secondo i principi di un’economia circolare per la plastica o altri materiali da imballaggio.

Le imprese devono contribuire responsabilmente a sostenere le infrastrutture, in proporzione a ciò che immettono sul mercato, per assicurare che i loro prodotti siano raccolti e riutilizzati, rifatti o riciclati nella pratica. E anche le amministrazioni pubbliche dovrebbero sostenere e facilitare la creazione di un’infrastruttura di raccolta efficace e fornire un quadro normativo e politico favorevole.

3. Made from safe and recycled or renewable inputs – realizzati con materiali sicuri o riciclati o rinnovabili

Questo terzo punto è molto importante perché riguarda la salute delle persone e degli ecosistemi ed è applicabile non solo al design di prodotti nuovi (ecodesign), ma anche quando si parla di riuso e riciclo di tessuti, abbigliamento, scarpe e altri prodotti del fashion che vengono reintrodotti nel mercato. La salute e l’ambiente risultano tutelati se:

  • i prodotti e i loro materiali sono privi di sostanze pericolose;
  • la produzione non deve scaricare sostanze pericolose nell’ambiente. Le microfibre che possono causare danni non devono raggiungere l’ambiente, sia per progettazione che per raccolta;
  • la produzione, le pratiche della catena di fornitura e le tecnologie dovrebbero assicurare un utilizzo più intelligente delle risorse, per esempio ottimizzando l’uso di acqua, energia, prodotti chimici e materiali;
  • la produzione (compreso tutto quanto usato durante la produzione e la lavorazione) è completamente disaccoppiata dal consumo di risorse finite, questo significa in concreto che bisogna minimizzare il ricorso a risorse vergini e aumentare l’uso di prodotti e materiali esistenti; sottoprodotti e scarti devono essere trattati comemateriali di valore; laddove sia necessario utilizzare una materia prima vergine, utilizzare quello rinnovabile o ottenuto utilizzando pratiche di produzione rigenerative.
  • La produzione, la distribuzione, lo smistamento e il riciclaggio dei prodotti dovrebbero essere alimentati da energia rinnovabile.

E’ evidente che il cambiamento in fondo è possibile, fattibile, benché complesso, perché coinvolge un’azienda che produce tessili o abbigliamento nella sua interezza, sia per quanto riguarda la propria produzione e commercializzazione, sia per quanto riguarda la scelta dei fornitori. Ci vogliono imprenditori e manager illuminati per guidare le aziende in questi processi, forse non si può fare tutto dall’oggi al domani, il sistema moda è enorme e dà lavoro a oltre 75 milioni di persone nel mondo, ma il cambio di rotta è necessario.

Un ruolo dell’Italia nella moda etica?

L’Italia è il Paese della moda ed è anche uno dei più virtuosi, soprattutto nel campo del tessile. Riporta il libro di Marina Spadafora e Luisa Ciuni ‘La rivoluzione comincia dal tuo armadio‘, che ci sono interi distretti produttivi da Prato a Biella che hanno aderito e applicano le linee guide del Detox Protocol di Greenpeace già menzionato o del ZHDC entrambi rivolti a diminuire la chimica tossica e l’impatto ambientale del sistema moda e calzature.

Questo significa che la moda italiana può candidarsi a guidare la trasformazione verso una moda etica, abbiamo un grandissimo movimento in questa direzione, portato avanti da startup e grandi aziende.

Lo stesso Giorgio Armani è sempre più schierato in questa direzione, anche se lui dice di essere sempre stato sostenibile.

“La filosofia alla base del mio marchio è da sempre ‘sostenibile’: attraverso il mio lavoro propongo abiti che durano e che possono essere indossati anche a distanza di anni […]. Un posizionamento sostenibile oggi è fondamentale. È una questione di etica prima ancora che di strategia.” – Giorgio Armani

Photo by Onur Bahçıvancılar on Unsplash

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